Chapter Text
Buongiorno a tutti!
Questa fic ha qualche annetto... e lo stile dei primi capitoli è un po' diverso dal mio solito. All'alba dei tempi era nata come oneshot, poco più di un'idea passeggera; la scrissi di getto, quindi forse i personaggi appaiono solo abbozzati. Dopo un paio di mesi la ripresi e scrissi un altro paio di capitoli, ma senza sapere ancora che direzione avrebbe preso la storia. Poi c'è stata un'interruzione di anni, e si sente! Dal quarto capitolo in poi magicamente nella mia testa sono comparsi tutti i personaggi, le loro storie, i loro caratteri e manie, i risvolti della trama... tutto in modo fin troppo dettagliato!
Se sarete così gentili da voler leggere, considerate i primi tre capitoli come un'introduzione; la storia e i tutti i personaggi entrano nel vivo dal quarto in poi. Se vorrete fidarvi, i protagonisti sapranno farsi amare (e, in qualche caso, insultare!) ^_^
***
IL PRINCIPE AZZURRO
Capitolo 1
"Con questo abito sei un incanto, sarai più bello dello sposo. Forse devo preoccuparmi… cerca di non sedurre il tuo futuro cognato.”
Dietrich contemplò soddisfatto l'elegante abito grigio perla, che lui stesso aveva aiutato Julian a scegliere.
E Julian, il suo ragazzo già da sei mesi, sospirando in maniera esagerata, ripose un'altra camicia nella valigia e andò ad abbracciarlo, poggiandogli la testa su una spalla. Un condannato sull’ultimo gradino del patibolo avrebbe avuto un’espressione più entusiasta.
"Io proprio non ho nessun desiderio di partire, voglio stare qui con te. Dai, aiutami a trovare una scusa."
"Avanti, sciocco, è il matrimonio di tua sorella, e hai anche detto che non la vedi da un anno: non puoi mancare. Ci telefoneremo tutti i giorni, va bene? Anche due volte al giorno. Anche tre, se vuoi. Alla fine non ne potrai più di sentire la mia voce."
E sollevandogli il viso, lo baciò.
Beh, sì, era inutile cercare di opporsi… Dietrich aveva ragione, come sempre; lui si comportava come un ragazzino viziato e Die, ragionevole, pacato, gli apriva gli occhi. E a lui andava bene obbedire e lasciarsi guidare, era bello avere qualcuno a cui appoggiarsi. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per il suo amore dall'aspetto di un principe azzurro e dal sorriso così dolce.
Già dal loro primo incontro c'era stato qualcosa di speciale, o almeno così a lui sembrava.
Lui stava correndo lungo i corridoi dell'università, con i libri stretti al petto, in ritardo come sempre, e svoltando un angolo si scontrò con un giovane dai capelli chiarissimi, che camminava tranquillo bevendo caffè da un bicchiere di carta
Finì addosso allo sconosciuto, così come pure il caffè, e ci mancò poco che entrambi si ritrovassero per terra; per fortuna quello era stato abbastanza saldo da riuscire a sorreggerlo.
"Oh, merda! Scusa, scusami tantissimo!"
Aveva esclamato mortificato, con le guance in fiamme.
"Non fa niente."
E lo aveva guardato con quei suoi meravigliosi occhi color verde giada regalandogli un sorriso luminoso e rassicurante, nessuna traccia di seccatura per la sua goffaggine.
Julian si era sentito immediatamente sciogliere.
Aveva già notato quel giovane, anche se non ricordava che facoltà frequentasse… aveva notato la sua bellezza, e se ricordava bene frequentava grazie alle borse di studio.
"Mi chiamo Dietrich."
"Julian"
Aveva risposto lui, senza rendersi conto di stare fissandolo, ancora tra le sue braccia.
E una settimana dopo erano assieme.
Julian si staccò dalle sue labbra… saporite… Die mangiava spesso delle caramelle alla violetta. Lui aveva sempre odiato quel gusto dolciastro, ma da qualche tempo gli sembrava delizioso, almeno quando poteva assaporarlo nella sua bocca.
"Allora te lo chiedo un’altra volta: vieni anche tu. Per favore."
"E cosa dirai ai tuoi, portando uno sconosciuto alla cerimonia?"
"La verità. Che ci amiamo e viviamo insieme."
Dietrich sorrise, ma con tristezza e rassegnazione.
"Ho l'impressione che non farebbero i salti di gioia. Tuo padre è una persona importante, ha una posizione molto in vista e anche se non l'ho mai conosciuto di persona so bene quanto sia rigido e conservatore. Un candidato del partito repubblicano, poi….. Non mi accetterebbe mai, per non parlare di quelle che sarebbero le conseguenze per te."
"Dovrà accettarti per forza, e pur se non lo facesse non avrebbe importanza. Può tagliarmi i viveri, se gli va, levarmi la casa, la macchina, le carte di credito, non me ne importa nulla. È solo un imbecille e un ottuso."
"Julian, non dire queste cose. Anche se sbagliando, lui sarebbe convinto di agire per il tuo bene. Non voglio rovinarti la vita, gustare le possibilità che l'essere figlio suo ti offre. Un giorno glielo diremo… ma per adesso è meglio di no. Non puoi piombargli addosso con una notizia del genere e aspettarti che non batta ciglio, devi prendere le cose con calma. E poi non voglio certo rovinare a tua sorella il giorno più bello della sua vita causando uno scandalo in famiglia. Posso immaginarmi la scena."
Concluse sorridendo e tirandogli le guance come a un bimbetto.
Julian tacque; gli costava ammetterlo, ma Dietrich diceva il vero. C’era una bella differenza tra il modo in cui vedeva la vita e la realtà dei fatti. Tutto frutto di un idealismo adolescenziale non del tutto scemato, eccessiva fiducia nel prossimo e una punta di ingenuità di troppo. Si arrese, sorrise e scosse la testa.
“Devi smetterla di avere sempre ragione, sai?”
Disse, tornando alle valigie.
Tacoma Airport, Seattle.
"Ormai ci siamo. Allora… davvero non ti spiace se ti chiamerò spesso?"
"Ma che domande."
Ancora non era del tutto sereno; continuava a rimuginare su una possibile scusa per tagliare la corda subito dopo la cerimonia… poi però si sentiva in colpa, a pensare con tanta impazienza al ritorno quando ancora doveva partire. Passare qualche giorno con la sorella e la famiglia, dopo tanto tempo, non andava visto come un sacrificio, non se lui fosse stato un po’ meno egoista.
Eppure gli faceva male il cuore solo a pensarci: una settimana senza i baci e le carezze di Die, senza il suo respiro, senza tutte le piccole cose che faceva per lui e che lo stupivano, lo commuovevano, perché mai, prima d’allora, aveva osato sperare di godere di tanto riguardo e affetto; lui, che si era sempre considerato insignificante, di cui nessuno si era mai innamorato, era adesso al centro della vita di una persona ai suoi occhi perfetta.
"Aspetta."
Disse il biondo, quando erano ormai per separarsi. Con aria imbarazzata tirò fuori di tasca un piccolo cofanetto di velluto dall'aria un consunta e glielo porse.
Julian rivolse uno sguardo interrogativo al suo compagno ed aprì la scatolina; dentro c'erano dei gemelli, d’oro bianco e giallo.
"Beh, ecco… erano di mio nonno. Un paio d’anni fa mia nonna mi regalò il suo anello di fidanzamento dicendomi che avrei dovuto darlo alla mia futura moglie, un giorno. E questa fu la cosa ufficiale. Invece 'ufficiosamente', mio nonno mi prese da parte e mi consegnò questi dicendo che forse si sarebbero rivelati più adatti. Ehm… era un tipo abbastanza rivoluzionario, per la sua età. Sospetto anzi che mi abbia sempre nascosto qualcosa."
Julian non diede risposta; ancora guardava i due piccoli gioielli nel loro scrigno sbiadito, semplici ma eleganti, con la loro linea antiquata. Non era la reazione prevista e sperata.
"Senti, scusami. Lo so che li avevi già scelti insieme al vestito, e sono anche belli e più costosi. E poi di questo modello non staranno nemmeno bene con il completo che indosserai, quello è di taglio moderno, e questi... Mi dispiace se ti ho messo in imbarazzo, non avrei dov-"
Julian lo zittì, posandogli brusco la bocca sulla bocca, non avendo mai sentito, a suo parere, tante sciocchezze tutte insieme. Sorridendo cacciò indietro le lacrime che, non sapeva bene perché, minacciavano di tradirlo e se ne infischiò degli sguardi della gente attorno.
"Smettila, scemo! Sono la cosa più bella che mi abbiano mai regalato. Puoi star certo che li indosserò."
E poi si sciolsero, lenti, dandosi ancora un ultimo bacio.
Dietrich rimase a guardare l'aereo allontanarsi fino a che non fu sparito dalla sua vista, poi andò all'uscita, camminando con tutta calma; salì sulla Porshe di Julian e tornò verso la loro casa vuota.
***
C'era un ragazzo pallido e dalla bellezza affilata che aspettava con la schiena appoggiata al portone d'ingresso del lussuoso palazzo, e le braccia conserte sul petto. Vestiva scuro e attilato, portava i capelli tinti di blu e un piccolo, luccicante anellino d’argento alla narice sinistra.
Quando Dietrich aprì per entrare si infilò dentro anche lui, e lo seguì pure nell'ascensore, senza parlare.
"Devi salire?"
Domandò Dietrich.
"All'attico."
"Attico?"
A metà della corsa il giovane dai capelli tinti schiacciò il pulsante d'arresto, bloccando con uno scossone l'ascensore tra un piano e l'altro. Senza una parola si buttò al collo di Dietrich, tirandogli la testa contro la sua e baciandolo furiosamente, stringendo per i fini capelli sulla nuca. Fu un bacio che non aveva nulla di dolce, solo un desiderio quasi feroce.
"Quanta impazienza, oggi."
Commentò Dietrich divertito, con un sorriso che gli aleggiava sulle labbra.
"Sono sei giorni che non ti vedo, e l’ultima volta è stato solo per poco. Se mi tocca dividerti con quella mezza sega, voglio approfittare di ogni momento che abbiamo."
Disse, cominciando a tirargli la camicia fuori dai pantaloni, e a sbottonarla con efficienza. Dietrich ridacchiò e lo lasciò fare, compiaciuto.
"Sarà fuori dai piedi per una settimana, potrai restare a dormire qui. C'è una vasca idromassaggio che è grande come la tua camera da letto."
"Non vedo l'ora. – lo mordicchiò – Ma vorrei che il maledetto aereo su cui si trova precipitasse."
“Un po’ eccessivo, no? E tutti gli altri passeggeri?”
“Mica li conosco.”
Ah, il cinismo di Alan era sempre divertente, anche se di sicuro il ragazzo tendeva ad esagerare con le sue affermazioni. Secondo Dietrich il suo livello di nequizia non giungeva nemmeno alla metà di quanto gli piacesse esibire. Nemmeno un quarto, forse.
"Julian mi fa comodo, è come una piccola miniera d'oro personale. Fa tutto quello che gli dico, cerca di soddisfare ogni mio desiderio; è divertente vedere come cerchi di indovinarli. Ma è anche stressante avere a che fare con una persona appiccicosa come lui… quando gli avrò preso tutto quel che posso me lo lascerò alle spalle."
Il giovane gli pizzicò i capezzoli e lo guardò, scettico.
"Vuoi forse farmi credere che non ti diverti a sbattertelo?"
Disse, con la bocca storta da una piega a metà tra il sarcastico e l’amareggiato.
"Ammetto che ha un bel sederino morbido che si scopa che è un piacere. Ma niente a paragone di te. Con te posso essere me stesso."
E chinandosi a baciarlo gli infilò una mano nei pantaloni.
"Dovresti fare l'attore, Dietrich"
Ansimò Alan, chiudendo gli occhi.
"Chissà, forse, un giorno."
Ghignò il principe azzurro.
