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La nausea tornò a stringergli la gola, per fortuna che quella mattina aveva bevuto solo un caffè. Racimolò quel po’ di coraggio che gli era rimasto e si avvicinò di nuovo al lenzuolo bianco, steso nel mezzo del viale di quel piccolo parchetto di periferia. L’ennesimo cadavere, l’ennesimo omicidio da risolvere, ma questa volta era diverso: sotto quel telo vi era una bambina così piccola da sparire sotto quelle coltri bianche. Era stata ritrovata poche ore prima da una passante intenta a fare jogging e adesso era lì, inerte e circondata dagli agenti della scientifica che stavano raccogliendo le prove necessarie su quel piccolo corpicino. La testa gli girò di nuovo e rischiò di sbattere a terra per la disperazione, quella bimba sarebbe potuta essere tranquillamente la sua bimba e questo lo destabilizzava molto. Cominciò quindi a spostare lo sguardo altrove, osservando il parchetto in zona Roma Est dove si trovava. Erano da poco passate le otto, in quella grigia mattina di ottobre, e le nuvole pesanti, che nascondevano i timidi raggi del sole, rendevano i giardini e gli alberi intorno a lui come dei silenti spettatori di quel macabro spettacolo.
Era come se ogni albero, fiore o cespuglio circostante fosse lì a rendere omaggio a quella piccola anima volata in cielo.
“Tutto bene, ispettore Mobrici?” la voce preoccupata dell’Agente Berti lo costrinse a tornare lucido e recuperare la professionalità perduta.
Guardando meglio il poliziotto che aveva di fronte, così rigido e statico nella sua uniforme, si rese conto di quanto gli mancasse quel rompiscatole di Niccolò, impegnato con un’altra scena del crimine dal lato opposto della città. Però si ritrovò a benedire la presenza di quel robot umano di Lucio Berti, sempre preparato e al corrente di tutto, perché sentiva che l’avrebbe aiutato molto di più. Anche se gli costava parecchio ammetterlo, amava troppo quel ragazzino per trattarlo in modo professionale.
“Si, grazie, piuttosto dimme quello che sai su … di lei”
“Si chiamava Mara Fabi, 3 anni. Scomparsa due giorni fa mentre giocava al parco con la nonna, ne hanno denunciato il rapimento la sera stessa”
Stava sul serio per vomitare, era anche più piccola di quanto pensasse.
“Che puoi dirmi sui genitori?”
“Il padre è Giuseppe Fabi, un avvocato molto conosciuto qui a Roma, mentre la madre si chiama Kera, è senegalese e fa la casalinga”
“È peggio di quanto immaginassi, gli avvocati hanno spesso molti nemici, soprattutto se famosi ed invidiati. Ho bisogno de n’ elenco di tutti i suoi avversari contro cui ha vinto cause importanti e delicate. E dovremmo convocarlo il prima possibile”
Era pronto per chiedere altre informazioni sul resto della famiglia quando il medico forense gli si avvicinò con fare preoccupato: “Mobrici – borbottò nervoso – devo farle vedere una cosa molto importante” e così dicendo lo accompagnò al piccolo corpicino sollevando il telo.
Un brivido gelido gli attraversò la spina dorsale alla vista della bambina ma cercò di rimanere lucido e di non perdere la concentrazione.
Con un paio di pinze il medico sollevò la maglietta rosa della piccola e disse, con fare grave: “Guardi…”
Lì, al centro della schiena, tra le due scapole, vi era una macchia nera. Avvicinandosi si rese conto, con orrore, che non era una semplice macchia, ma era proprio un simbolo, impresso a fuoco sulla pelle di quella povera anima. Un simbolo che richiamava l’immagine di una bilancia a due bracci.
Non capì con quale forza chiamò a sé l’agente addetto alle foto, indicandogli il simbolo. Sussurrò un: “Te prego mandame tutti i risultati il prima possibile in ufficio” prima di allontanarsi barcollando.
Dietro un albero, il più lontano possibile, vomitò tutto quello che aveva mangiato negli ultimi giorni.
***
Era stanco come forse non lo era mai stato prima, e pensare che erano appena le dieci del mattino. Osservava schifato la busta gialla posata sulla sua scrivania, piena di tutte le foto scattate sul luogo del delitto. Immancabilmente lo sguardo volò fino alla piccola cornice posata poco più in là, dietro una pila di scartoffie disordinate. A quell’occhiata vuota gli risposero i sorrisi felici dei suoi figli e questo gli riempì la testa di emozioni contrastanti: quella gioia e quella pace che soltanto loro possono dargli, ed una preoccupazione viscerale, che gli ripeteva di chiamare Giada e chiederle se erano ancora tutti e due con lei, se stessero bene, se nessun pazzo li avesse rapiti e brutalmente uccisi, e la parte più irrazionale della sua mente sostituì, con una maestria atroce, il volto della piccola Mara con quello della sua piccola Anita. Per fortuna un paio di colpi ben assestati alla porta del suo ufficio fecero sfumare via quei pensieri funesti.
“Posso entrare, Ispettore?”
“Certo, Niccolò, entra pure”
Un ragazzetto sulla ventina entrò tutto trafelato, reggendo tra le mani una pila di fogli. Niccolò Moriconi era il suo nome, Agente alle prime armi ma non per questo poco promettente, appena uscito dall’accademia e con ancora negli occhi tanta speranza verso il futuro.
Avevano legato fin dal primo giorno in cui furono presentati, erano entrambi originari dello stesso quartiere difficile di Roma e all’uomo fu facile posizionarlo sotto la sua ala protettiva e insegnargli tutti i segreti del mestiere.
Fabrizio lo trattava come un figlio e sapeva che avrebbe fatto molta strada.
“Niccolì, quante volte t’ho detto che gli occhiali da sole in commissariato non li devi tenere …” ok a volte poteva essere un po’ superficiale con le regole, ma era ancora giovane non gli si poteva chiedere troppo.
“Si, scusa Fabbrì ora li tolgo”
“Niccolì …”
“Ispettore, scusa ora li tolgo subito … Ispettore”
“Bravo, ricordati che fuori me puoi chiamà pure papà, ma qua dentro so’ Ispettore, ok?”
“Ma è successo solo una volta! Non l’ho fatto apposta, come te lo devo dì?”
Il ragazzo si sfilò i piccoli occhiali scuri e se l’infilò in tasca, mettendo in bella mostra un paio di non proprio eleganti borse sotto gli occhi. Fabrizio sollevò un sopracciglio stupito ma preferì non interferire.
“Si vabbè, cosa ti porta ad infastidirmi?”
“È arrivato il referto medico della bambina trovata stamattina.” E così dicendo passò all’ispettore la cartella del caso di quella mattina.
Qualcosa però in quel passaggio scivolò via per poi andarsi ad adagiare sulla scrivania di Fabrizio.
“E questa cos’è?”
L’uomo si ritrovò tra le mani una lettera bianca, senza mittente ma con scritto il destinatario. Non prestò tanta attenzione a leggere a chi era destinata però, troppo preso ad osservare il sigillo in ceralacca che chiudeva la busta. Vi era un simbolo sulla cera rossa e, in modo quasi febbrile, prese dal cassetto i propri occhiali da vista. Mancò poco che cadesse dalla sedia quando avvicinò la lettera agli occhi e vide cosa vi era inciso sopra.
Una bilancia a due bracci, con il piatto di sinistra più basso. Aveva già visto quel simbolo, poco tempo prima. Aprì la busta gialla fino a quel momento abbandonata sulla scrivania, cosa che gli costò non poca fatica, e sfogliò rapidamente tutte le foto finché non trovò quella giusta: il simbolo sulla schiena della bambina era identico.
La testa riprese a girare, mentre un’altra domanda rimbombava nelle sue orecchie: lui aveva già visto quel simbolo, ma dove?
Si alzò in piedi, aveva bisogno di un parere esperto e soprattutto di un aiuto concreto, da solo sapeva che gli sarebbe scoppiata la testa. E poi doveva capire da dove veniva questa lettera e chi fosse il suo misterioso destinatario.
Attraversò il corridoio quasi correndo, con Niccolò alle spalle che lo seguiva confuso e ignaro del tormento interiore che l’ispettore stava vivendo, e raggiunse in poco l’ufficio del Commissario.
Non bussò nemmeno tanto era la foga, e solo dopo essere entrato, ed aver chiuso la porta in faccia al giovane agente, si rese conto dell’azione sconsiderata e borbottò un: ”Mi scusi, commissario, ma c’è una questione di massima urgenza di cui le devo parlare”
Il commissario Domenicone era un uomo che tutto faceva pensare tranne che ad un ufficiale di così alto rango della polizia: le guance piene e rubiconde, i piccoli occhi chiari e un po’ cadenti, sempre sorridenti e serafici e la voce gentile e calma; mai era capitato a Fabrizio di sentirlo alzare la voce e farsi prendere dalla rabbia, o da qualsiasi altra violenta emozione.
Doveva molto a quell’uomo: Lo aveva conosciuto negli anni turbolenti della sua adolescenza. Il commissario, all’epoca Ispettore capo, aveva riconosciuto subito il suo potenziale e lo aveva aiutato ad entrare in accademia e poi a ricoprire la carica d’ispettore, stando sempre al suo fianco a supportarlo, ma senza mai fare su di lui alcun tipo di favoritismo.
Poteva considerarlo tranquillamente come un secondo padre, nonché suo ex suocero.
“Fabrizio, che succede? Siediti e calmati un po’, sei pallido come un cencio, che hai visto un fantasma?” spesso e volentieri sembrava anche prendere le cose molto poco seriamente …
“Sta mattina è arrivata questa lettera. Guardi il simbolo sulla ceralacca, è lo stesso trovato sul cadavere della bambina, Mara Fabi” e così dicendo gli tese sia la busta che la foto.
L’espressione rilassata dell’uomo venne subito sostituita da una maschera di serietà, che all’ispettore aveva sempre suscitato timore, ed iniziò ad analizzare i due simboli con precisione millimetrica.
Fabrizio si ritrovò a guardare una delle fotografie che Domenicone aveva esposto sulla scrivania, quella che rappresentava tre persone: Giada, figlia del commissario, e i suoi due bambini ancora piccoli. Ricordava bene quella foto, l’aveva scattata lui. La nostalgia di quei giorni ormai lontani tornò a bussare al suo cuore ma lui la cacciò via rapidamente. Lui e Giada si erano amati tanto e per molto tempo, ma poi il loro amore si era spento, trasformandosi invece in quella che si poteva definire più una profonda amicizia che vera passione. Lasciarsi era stato doloroso e difficile, ma alla fine il tempo aiuta le ferite a rimarginarsi e loro erano tornati vicini, anche se non più come amanti, piuttosto come amici. Non aveva pentimenti nei riguardi di quella storia d’amore e non ne avrebbe mai avuti, voleva bene a Giada e avrebbe donato la vita per lei senza pensarci su due volte, vi erano ancora degli antichi rancori da sanare ma sapeva che andava bene così.
“Fabrizio – la voce ferma del commissario lo riscosse con violenza dai suoi pensieri - Cercami nei registri una serie di omicidi avvenuti qualche anno fa in Puglia, circa nel 2009”
Oramai Moro si era abituato alla sua straordinaria capacità nel ricordare anche il più piccolo particolare di praticamente qualsiasi cosa, ma ne rimaneva sempre profondamente colpito.
Senza fiatare eseguì ciò che gli era stato ordinato al computer e dopo una ricerca piuttosto breve trovò ciò che stava cercando:
Era un caso famoso, che aveva fatto molto scalpore all’epoca; un assassino che aveva ucciso ben otto persone nei modi più strani e spesso macabri, marchiando ogni sua vittima con un simbolo.
La bilancia della giustizia.
Era stato arrestato e fortunatamente, rimase in carcere fino al giorno della sua morte. Fabrizio lesse con voce malferma tutto al Commissario che, perso nelle sue riflessioni, chiese: “Chi scoprì l’assassino? Chi lo fece arrestare?”
“Dicono che sia stato grazie alla tesi di laurea di uno specializzando di Medicina Forense, assistente del medico legale che si occupò delle autopsie dei corpi. I giornali dicono che senza le sue scoperte non l’avrebbero mai trovato … che cosa strana …”
“Come si chiamava il ragazzo?” la voce di Domenicone era concitata e ansiosa, come forse lui non l’aveva mai sentita.
“Ermal Meta … nome particolare, sarà straniero?”
“Fabbrì leggi qua” in quel momento era davvero ad un passo dall’esplodere.
Spostò lo sguardo sulla lettera e il fiato gli si spezzò in gola. Su di essa il nome del destinatario:
Al Dott. Ermal Meta
“Devo chiamare il commissariato di Bari, adesso”
