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Che olio e acqua non si mescolino è una verità semplice ma non sempre accurata. Come per ogni legge, ciò che serve per romperla è il dolore: una scossa violenta, una mano impietosa. Un urto irreparabile.
È crudo, sgradevole e sgraziato, all’inizio – per non dire lancinante, e orribile, il modo in cui Caitlyn urla e si accartoccia su se stessa, i pugni contro il muro, l’agonia acuta di un animale ferito a spezzare per sempre quel cristallo di calma, compostezza e raziocinio dentro cui Vi ha finora incasellato la sua bella figura. Lei ha provato a propria volta a rovesciare un tavolo, ma si è ritrovata a sbatterci il mento e poi la tempia e alla fine il suo fianco è crollato sul pavimento, le braccia squassate da troppe battaglie. È da laggiù che guarda Cait, piangendo come quando il fumo si è diradato sopra i cadaveri dei suoi genitori, come quando Vander l’ha lasciata con un desiderio che alla fine lei non ha nemmeno esaudito.
Tocca a una Upsider, stavolta. E ha lo stesso identico aspetto. Le stesse minacce, la stessa rabbia, le stesse mani che tirano i capelli per strappare via con loro l’ingiustizia e la colpa. Lascia che le parole corrano e ne assorbe solo il sentimento – la ucciderò, li ucciderò tutti, è colpa tua, com’è possibile, è colpa mia, cazzo, cazzo, cazzo!, la voce setosa che si strappa rivelando i fili sottili di cui è composta. Un vetro rotto, un guaito acuto e poi i singhiozzi soffocati, ogni rumore è ovattato in una nebbia di lacrime, muco e polvere.
Olio e acqua devono restare separati, pensa Vi, piegando il collo e posando la testa sul sangue incrostato del suo pugno. Disobbedire non è impossibile, ma avviene a un costo che credeva di conoscere ma che solo fallendo davvero assapora – è successo, lo scontro squassante, il confine che si scheggia, e strisciare avanti è proprio come cercare di arrampicarsi su una finestra rotta: taglia e brucia e forse non si rimarginerà mai, ma la mano si aggrapperà lo stesso pur di non cadere. È tutto ciò che resta.
Caitlyn è rannicchiata sulle ginocchia, il viso seppellito tra le mani, ciocche di capelli come grovigli di petrolio attorno alle dita. Piange ancora, più sommessa, senza nemmeno più mormorare: soffre solamente, le unghie nella pelle, l’enormità del mondo sulla sua nuca fine.
«Mi dispiace,» la chiama Vi. Particelle in sospensione, sangue nel respiro, amaro come la paura che anche con lei non basti. La vede contrarsi, e geme, roca d’angoscia: «Mi dispiace, Cait. Ce la faremo, okay? Per favore.» Non andare.
Si sente bruciare le nocche, ma non sibila: è la mano di Cait che si è posata sopra di esse e stringe, stringe. Olio e acqua si avvicinano e combaciano, un sospiro di sollievo e un lamento mentre si abbracciano, le gambe scomposte sul pavimento, neppure un momento per guardarsi. Caitlyn posa il mento sulla sua spalla e a Vi non resta che piangere ancora, sulle sue, le loro ferite, tenendo quel corpo sottile incollato al proprio, ascoltando il modo in cui il dolore le muove le scapole, le costole, le clavicole, duri margini sotto stoffa soffice e carne morbida. Scoprendo che accolgono i suoi spigoli, fatti di nervi e muscoli, come negli abbracci che hanno già vissuto; meglio, perfino. Mi dispiace, mi dispiace.
L’acqua è inquinata d’olio, è irreparabile.
È anche ciò che di più puro e dolce rimane e Vi ci si scioglie.
***
Trovano un impianto che funziona, piastrelle senza troppa sporcizia tra le fessure e un kit di pronto soccorso intatto. Fluisce tutto in un unico silenzio, gesti a metà tra carezze e medicamenti, la doccia che lava via il sangue e le lacrime che si asciugano nel vapore. Bende umide e pelle scoperta senza paura; sibili e sussulti per il bruciore della carne viva che si placano in sospiri, sullo sfondo del gorgoglio dello scolo, al semplice passaggio di un polpastrello gentile sotto il labbro, lungo il collo.
Il cristallo negli occhi di Caitlyn si ricompone pian piano, crepa dopo crepa. Vi non è sicura di esserne sollevata, non quando, come ogni altra cosa rimessa insieme dopo la rottura, rimane quel dettaglio disorientante, quella differenza incolmabile, quel solco tra il prima e il dopo che sta cominciando a essere il suo incubo peggiore. Nel caso della giovane agente, quantomeno, non sembra essersi spenta la luce; piuttosto, il suo tenue bagliore ha i margini sfuocati di una dolorosa calma che, nel passato di Vi, solo un’altra persona aveva.
«Ti chiedo scusa,» mormora Cait dopo un po’, una ciocca di capelli che le fende le ciglia, la schiena contro il muro e le mani sui suoi fianchi. Il profilo aguzzo del naso piegato di lato. «Non avrei dovuto parlare così. Ero…»
«Lo so. Non importa.» Non le infliggerà di pagare per i propri errori come è stato inflitto a lei. È stanca, Vi; stanca della rabbia e di dove l’ha portata, stanca di ricacciare ogni cosa indietro con un urlo o con un pugno. Muove a malapena le labbra, parlando; fissa la spalla chiara di Caitlyn e alla fine vi appoggia la fronte, la frangia, invero, a separare la sua pelle da quella di lei. Tiene le punte dei polpastrelli contro la ceramica, ai lati delle loro teste, una gabbia fragile perché teme ancora che il legame si rompa – anche se ci sono i loro ventri a toccarsi, addominali contro una tenera curva, e le gambe che cercano un intreccio. Olio e acqua, così vicini. «Non pensarci. Solo… almeno non ti hanno portata via.» Né per sua scelta né contro la sua volontà. Anzi. È lì.
«Non ti meriti di combattere ancora da sola, Vi.»
Deve essersi rimessa a piangere, perché tutto si sfuoca anche se ormai l’acqua è fredda e il vapore si va dissipando.
***
Si stendono abbracciate strette, per non disperdere quel poco di calore che resta; o, in verità, non vi è nessun ragionamento del genere: pare solo che non riescano più ad accettare la distanza, quell’infinita distanza tra la cima e l’abisso, l’aria pura e il gas, l’ignoranza e la paura. Lo colmano con le cosce che frusciano l’una contro l’altra, l’una sopra l’altra; ascoltando ogni respiro gonfiarsi e decomprimersi sotto le bende.
Ancora, però, Vi non osa baciarla. Sarebbe un atto troppo gentile, troppo soffice, mentre i bagliori lontani di un incendio a tratti illuminano il cielo nero. Benché le sue labbra siano lì, socchiuse, appena oltre le punte dei loro nasi che si sfiorano, e di tanto in tanto si lascino sfuggire il più sottile dei mugolii – quando il suo corpo si contrae contro il dolore, quando la fronte si corruga rifiutandosi di accettare la realtà –, Vi non ha conforto da offrire, non così. La tensione le percorre come se fossero parte di un unico filo, fibre intrecciate che si legano insieme per tornare a essere integre, resistere, esistere; e ogni volta che la tenerezza prova ad affacciarsi, a farle desiderare un contatto intimo e dolce in cui dimenticare ogni cosa, la colpa si riaffaccia e le brucia dalle nocche al cuore come l’energia del guanto meccanico lasciato abbandonato in un angolo.
Come a dire che i pugni non la possono più aiutare, anche se sono l’unica cosa che ha. A parte Cait. Se può meritarla.
C’è la paura che l’unione si dissolva; che l’emulsione sia instabile e, una volta divisa, sia impossibile da replicare; e c’è il disperato desiderio di mantenerla con qualcosa che sia brusco abbastanza ma vicino abbastanza, quando le sue dita stremate iniziano a premersi sull’inguine di Caitlyn e poi più in basso. Al suo soffice soffio di sorpresa, agli spiragli blu dei suoi occhi che si aprono, Vi nasconde il viso contro il cuscino – non pensa di riuscire a spiegare, né vuole farlo; prega solo di poter continuare, non chiede altro, e così fa, così Caitlyn le permette di fare. La sente incidere con le dita sulla sua schiena e ha paura che ci sia disagio, nel suo silenzio, una sopportazione pietosa o perfino un bisogno di dolore, di penitenza, di martirio. Sta per smettere, quando realizza che è anche il calore tra le cosce altrui a spingersi avanti. Domandando.
È questa la forma che olio e acqua prendono insieme: imperfetta, densa, fluida, viscerale. Comprensione, carne e ancora qualche lacrima; mura abbattute con tanta violenza che gli ostacoli dei vestiti, del freddo e delle parole non dette non significano più nulla.
Quando trova la sua apertura calda di aspettative e vi lascia scivolare dentro le dita fin quasi alle nocche, Vi esala come se il piacere fosse il proprio. Nessun altro modo, nessun modo migliore per sentirla, per averla, i polpastrelli che scoprono la sua forma, i muscoli e i tendini dell’avambraccio che si irrigidiscono per premere a mano aperta, non per ferire ma per lenire; e se anche le fa male, se anche è troppo forte o troppo insistente, Caitlyn le si serra attorno come a non volerla mai più lasciare uscire. Il suo bacino freme ogni volta che Vi si ferma per girare le dita su se stesse, mentre le sue labbra hanno di nuovo colore, arrossate dal fiato e dai suoni profondi e languidi come braci che emette. Ha delle sopracciglia così fini; il suo stesso piacere pare porcellana, modellabile e liscio, bianco ed elegante, i margini taglienti del lutto smussati in curve delineate dai sospiri; le rughe contratte sopra il ponte del suo naso distraggono Vi, che sobbalza al tocco freddo e inaspettato sul proprio bassoventre ma poi, senza alcuna resistenza, solleva una gamba per permetterle di giungere più in basso – che voglia darle amore o tormento, è suo diritto scegliere e agire. Non importa. Basta che sia–
È il suo corpo a tradirla, dal lamento simile a un singhiozzo di bambina che le contrae il petto agli spilli di fuoco che la trafiggono nell’inguine. Trattiene il fiato e nel buio delle sue palpebre serrate c’è all’improvviso la solitudine di una cella, noia e rabbia e vergogna, esperimenti dal retrogusto di disprezzo e dall’odore acre – tutto spazzato via, soverchiato, sovvertito da falangi affusolate che carezzano la superficie calda delle sue pieghe senza violarla oltre.
Dura a malapena un minuto, o molto meno: le dita dentro Caitlyn si fermano, tutto si ferma; Vi annaspa, s’inarca, la pelle le si stringe e tira sopra i muscoli come carta sul punto di strapparsi e poi, con un ultimo tocco dov’è più tesa, il bianco. Olio bollente e gola graffiata. Si accartoccia, più stretta a lei che mai, e quando riemerge come da sotto il mare ha il viso affondato contro il suo petto e la mano libera di Cait tra i propri capelli a sorreggerla.
Si sforza di non lasciare uscire altro, o cadrà. Si sente le ossa rotte come da una rissa e il sollievo di un balsamo dall’ombelico in giù; potrebbe piangere, potrebbe ridere, potrebbe urlare ma invece serra i denti. E continua a inseguire il perdono e la salvezza nell’unico modo in cui osa.
Ricomincia lenta, intorpidita, e le sembra di trovarla più soffice e accogliente di prima. O forse è lei a essersi sciolta, la percezione attutita o acuita dallo shock che ancora non ha esaurito le scintille lungo le sue vene. Insegue un battito, un ritmo: il pulsare che continua inquieto tra le sue cosce, ogni secondo che scorre via, il suono bagnato del palmo che, a ogni affondo, si scontra con il pube altrui. Vuole che non vi sia più alcun confine, basta, basta; le sue stesse ciglia pungono mentre le serra, appena prima che Caitlyn usi una gamba per avvinghiarsi a lei, con il gemito più melodioso e tormentato sino ad ora. Vi avverte il suo mento aguzzo pungerle la base del collo, i capelli neri le ostacolano il respiro e si sente le sue unghie nella schiena ma resta immobile, se non per la mano che scava e colpisce e forse lascia lividi e infine porta il loro abbraccio allo spasmo.
Scopre che anche nel piacere, oltre che nel dolore, olio e acqua non sono così distanti da non potersi capire, unire, restare senza fiato insieme. Cait si è contratta, ha gridato, è diventata così calda e stretta da farle male, ma non l’ha allontanata e non l’allontana ancora. Con una mano si aggrappa al suo viso, un’espressione di sofferente orgoglio sui lineamenti che fremono, quella frustrazione straziante nell’estasi che Vi ha ricacciato indietro ma che ora, ora che è finito, non ha senso trattenere. Il morso al labbro la coglie di sorpresa, ma mai quanto quel frammento di dolcezza che le sfiora la lingua e che non può non protendersi a cercare, senza rancore, oltre i denti, oltre i respiri spezzati e le labbra tese.
È il loro primo bacio e si consuma così: come uno scontro e come un conforto insieme, una fine anziché un inizio. O entrambe le cose.
Che olio e acqua non si mescolino è una verità semplice ma non sempre accurata. Come per ogni legge, ciò che serve per romperla è il dolore; talvolta, quello di una spalla riassestata o di cocci di cuore raccolti. Quantomeno, in tali casi, qualcosa rimane.
Quantomeno, non si lasceranno mai più andare.
