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Nel momento esatto in cui escono dall’ascensore al secondo piano, Alessandro e Riccardo si ritrovano soli in un corridoio sul quale si aprono una decina di porte, alcune delle quali chiuse, altre aperte. È tardi, Ale è un po’ in paranoia come sempre il giorno prima di un’esibizione e sul momento gli si spegne un attimo il cervello e non si ricorda più il numero della stanza. È certo che il ragazzo in reception gliel’abbia detto, forse pure scritto da qualche parte?, ma in questo momento non trova il bigliettino e la keycard che gli hanno dato non ha altro che il nome dell’albergo stampato in nero su bianco lucido.
“Aspe’, Ricca,” mormora mentre si tasta tutte le tasche della gonna e del cappotto per rintracciare il bigliettino, “Non mi ricordo dove ci hanno messi,” ma Riccardo non lo sente, e senza manco un pensiero al mondo si dirige felicemente verso la prima porta aperta che trova.
La spalanca con gioia vera, lui all’Hotel de Paris non c’è mai stato e gli piace tutto di questo luogo che gronda opulenza, vuole toccare tutto, mettersi tutto in bocca come un bambino di cinque anni, stargli dietro è un’esperienza stressante e Alessandro è sul filo del crollo nervoso. Quando alza gli occhi e realizza ciò che sta per accadere è troppo tardi. “Ricca!” lo chiama, e si fionda dietro di lui, ma è troppo tardi: per il momento in cui arriva sulla soglia della porta, Riccardo si è già trasformato in un uragano antropomorfo e sta turbinando per la stanza, commendando a voce altissima tutto quello che vede, no vabbè questa carta da parati bro sto volando è uguale ai divani e al copriletto mado’ è bellissimo oh è tutto blu e dorato mi piace un casino quest’accostamento dobbiamo vestirci uguali domani sera, il tutto mentre spalanca tutti i cassetti e tutte le ante di tutti gli armadi per guardarci dentro, entra in bagno, apre il rubinetto della doccia e del lavandino e del bidet al grido di mi rinfresco un attimo, poi esce dimenticandosi completamente che doveva lavarsi, fa un giro per il perimetro della stanza contando i passi, poi lancia le scarpe fuori dalla porta e salta sul letto per vedere quanto è morbido il materasso, riesce a propellersi con un balzo da acrobata fino allo chandelier di cristallo, ci si aggrappa come una scimmia, dondola avanti e indietro un paio di volte per darsi la spinta e poi si lancia verso i tendaggi, aggrappandosi qualche centimetro sotto il bastone e lasciandosi scivolare a terra portandosi dietro tutte le tende, che si staccano dai ganci e gli cascano disordinatamente sulla testa, facendolo ridere come un infante mentre se le drappeggia intorno al corpo urlando guarda Ale sono Rossella!, un secondo prima di ritrascinarsi verso il letto, ricaderci sopra con la faccia premuta contro il cuscino e crollare istantaneamente addormentato.
Alessandro lo guarda basito dalla porta, assistendo alla devastazione con un atterrimento che progressivamente lo schiaccia, e improvvisamente si sente vecchissimo, antico, millenario. Lui quest’energia non ce l’ha mai avuta manco da ragazzino, questo matto è nato virtualmente oggi e alla vigilia della competizione canora più importante alla quale senza dubbio abbia mai partecipato sta qui ad appendersi alle tende di uno degli alberghi più costosi di Sanremo. “Mi ammazzo,” dice, guardandolo poltrire con occhi sconcertati, “Ricca, ma sei una minchia— questa non è la nostra stanza!”
“Eh?” dice Riccardo, riemergendo fresco come una rosa dalla turbonanna. Si mette seduto e si sistema meglio le tende addosso. “Ma la porta era aperta.”
“Sì, questa come altre settecentosei in tutto l’albergo, immagino!” Alessandro getta le braccia al cielo in un gesto esasperato, e in quella sente un fruscio di carta svolazzante e, quando abbassa lo sguardo, trova il bigliettino sul quale il ragazzo alla reception aveva scritto il numero della loro stanza. “Ecco qua. Duecentocinque. Questa è la duecentouno. Sei un cazzone, hai distrutto tutto!”
“Cazzo, mi spiace,” dice Riccardo, con una sincerità che da un lato è commovente e dall’altro fa solo venire voglia ad Alessandro di spaccargli la faccia peggio, “Ero sicuro che fosse la nostra.”
“Ma sicuro di cosa, che ti ho pure detto aspetta, che non mi ricordavo!”
“Mboh, me lo sentivo!” Riccardo scrolla le spalle, incapace di offrire qualsiasi altra spiegazione, comprensibilmente, perché non ce ne sono. "Ora che si fa?"
“Eh, ora mi appendo al telefono perché sei una minchia,” borbotta Alessandro. Si avvicina al letto, colonizzando l’unico centimetro quadro che Riccardo non ha devastato con la sua mera presenza, e stacca la cornetta del telefono dal ricevitore, pigiando il tasto per chiamare la reception.
Riccardo gli striscia vicino, portandosi dietro le tende. “Ale. Scusa.”
“Zitto,” dice lui, “Zitto. Devi stare zitto, non fiatare. Pronto? Sì, ciao, sono Mahmood. No, lo so, non sono nella stanza giusta. No. Eh. Scusa, c’è stato un piccolo casino— no, tuttapposto, però ci chiedevamo, non è che possiamo stare qui invece che nella duecentocinque? No, perché—” si interrompe quando il ragazzo alla reception gli fa notare che la duecentouno è una doppia con letto matrimoniale alla francese, cosa di cui Alessandro realizza avrebbe già dovuto essersi reso conto da solo. “…sì. No, va bene. No, no, davvero, staremo comodi— no, non c’è bisogno di portare nessun letto aggiuntivo!” il solo pensiero di far entrare qualcuno in questa camera al momento lo devasta, non avrebbe idea di come giustificarne le condizioni senza fare una figura di merda. “Passo a prendere la card dopo, ok? No, grazie a te, davvero, scusa per il casino. Grazie. A dopo.” Riattacca la cornetta e torna a guardare Riccardo, che nel mentre è rimasto a fissarlo dal suo nido di tendaggi in broccato oroblu fino ad ora. “Possiamo restare qui. Ma c’è un solo letto.”
“E che problema c’è,” Riccardo scrolla le spalle, sereno come un bove al pascolo, “Io non prendo tanto spazio.”
“Ok,” risponde d’istinto Alessandro, un secondo prima che il significato delle parole di Riccardo lo raggiunga con quel minimo di lag che Ale non può che ascrivere al trauma. “No. Not ok. Not ok at all. C’è un divano, se pigli poco spazio dormi lì.”
“Non mi piacciono i divani,” Riccardo arriccia subito il naso, aggrottando le sopracciglia, “Mi danno un senso di precarietà esistenziale che mi fa sentire a disagio.”
“Vaffanculo tu, la precarietà esistenziale e pure il disagio,” borbotta Alessandro, stabilendo qui ed ora che resterà saldo sulle sue posizioni, “Dormi sul divano.”
“No, voglio dormire sul letto.”
“Va bene, allora dormo io sul divano,” conclude Alessandro, già esausto, abbandonando le sue posizioni immediatamente. Si alza in piedi, o almeno ci prova, ma una mano di Riccardo, non vista, è riemersa dalle coltri e gli si è chiusa intorno al cappotto, e quindi lui rimbalza indietro e torna seduto sul letto. “Cosa?”
“Possiamo dormire insieme,” insiste lui, “Prendo poco spazio. E poi dobbiamo parlare di tante cose.”
“No,” Alessandro scuote il capo, “A parte il fatto che non voglio sentire la tua voce perché sei un vandalo. Ma poi comunque non abbiamo niente di cui parlare, quello che davvero dobbiamo fare è dormire perché altrimenti io avrò una crisi isterica.”
“Ma invece dobbiamo parlare!” Riccardo insiste con un certo stupore, “Dobbiamo pianificare l’esibizione di domani.”
“L’abbiamo già pianificata.”
“Dobbiamo pianificare meglio i dettagli.”
“Blanchito,” Alessandro sospira profondamente, “’Sta canzone l’abbiamo scritta praticamente in DAD, non ci siamo manco visti né ne abbiamo parlato per mesi, ha fatto tutto da sola. Non c’è bisogno di pianificare un cazzo, andrà tutto bene se solo mi lasci dormire.”
“Che andrà tutto bene è sicuro, ma non è abbastanza!” Riccardo quasi salta sul posto, ancora pieno di energia, “Dobbiamo stabilire cosa dire. Cosa fare. Tipo: papalina quando, prima di cominciare a cantare? Prima di andare via?”
“No, papalina no,” Alessandro aggrotta le sopracciglia, “Massimo massimo possiamo dire Fantasanremo. Già tutti gli italiani medi all’ascolto mi considerano un coglione, e sorvolo sull’impressione che hanno di te, se poi ti conoscono. Cerchiamo di non fare figure del cazzo.”
“Va bene, legittimo,” Riccardo annuisce, “No papalina, ma l’opzione Fantasanremo è ancora sul tavolo. Dobbiamo ancora discutere degli esercizi a corpo libero, dei fiori, degli abiti, di quanto posso andare in giro nudo— vedi? Un sacco di cose. Pianifichiamo una riunione straordinaria a due da adesso fino ad almeno l’una e mezza e poi andiamo a dormire.”
“Seee, l’una e mezza! Perché non fino all’alba, allora! Tu sei scemo in culo, io vado a dormire.”
“No, dai!” Riccardo insiste, “Se sarà necessario staremo in piedi fino all’alba, è importante.”
“No, non lo è. E non sarà necessario.”
“Va bene, allora parliamo almeno di una cosa! Quella più importante.” Riccardo si fa serio tutto a un tratto, e per un secondo Alessandro quasi crede che davvero ciò che sta per dire sia qualcosa di rilevante. Fortunatamente, Riccardo lo smentisce subito. “Il limone,” dice infatti, “In quale serata? Inizialmente avevo pensato quella delle cover, cioè, Il cielo in una stanza se lo merita un bel limone, però poi ho pensato che Brividi è troppo bella e ci sentiamo sempre un casino quando la cantiamo, quindi sarebbe un bel crescendo finirla col limone, tipo, in finale. Però poi ho pensato che magari Giulia si prende male, cioè, alla fine io mentre scrivevo scrivevo per lei, poi piglio e nel momento culminante mi limono un fregno di Dio, magari lo vive come un tradimento, non lo so. Quindi boh, dimmi tu. Opinioni, pareri, consigli?”
Alessandro si pinza la radice del naso, chiudendo gli occhi per un breve istante, cercando di richiamare a sé forze ancestrali che non sente di possedere per aiutarlo a mantenere la calma. “Lo sapevo che si andava a finire qua,” sospira dunque, “Ricca. Ascoltami. Sono serio. Tu te la devi piantare con questa storia del limone.”
“No, dai, perché? Alla francese sono quindici punti al Fantasanremo.”
“Seh. Quando ci hai provato la settimana scorsa però non c’era il Fantasanremo.”
“Vabbè, che c’entra,” Riccardo scrolla le spalle, “La settimana scorsa stavamo cantando ed ero preso bene, sfido chiunque a cantarti in faccia che ti vorrebbe amare ma sbaglia sempre e non volerti limonare, è una cosa su cui non ho controllo.”
“Tu non hai controllo su una minchia, soprattutto sulla tua. Ti ho detto mille volte che ti devi calmare, se hai dei problemi quando dobbiamo vederci ti fumi una bella canna, così quando ci incontriamo sei placido, perché io non ce la posso fare, ok?”
“Io non capisco perché devi fare così,” Riccardo aggrotta le sopracciglia e incrocia le braccia sul petto da sotto la sua montagna di tendaggi, “Pure che volessi solo limonarti senza secondi fini, che problema ci sarebbe?”
“Ce ne sono svariati. Il primo è che posso già sentire le sirene della polizia.”
“Sono maggiorenne.”
“Sì. Anagraficamente.”
“Cosa vorresti dire con questo?”
“Che finché la circonvenzione di incapace sarà ancora una cosa in questo paese non aspettarti che ti tocchi con niente di diverso che un bastone in fiamme e dalla distanza di almeno cinque metri. E poi comunque sei fidanzato!”
“Adesso calmiamoci!” Riccardo alza entrambe le braccia e le tende gli scivolano giù lungo le spalle. Alessandro pone un paio di centimetri di distanza in più tra lui e se stesso, simbolicamente, per mettere a tacere la coscienza. “Fidanzato è un parolone pesante. Anche meno. È la mia ragazza.”
“Vabbè, stessa cosa. Comunque stai con qualcuno, non dovresti voler limonare qualcun altro.”
“Non lo sai che i ragazzi moderni hanno una mentalità più aperta e voglio vivere tutte le esperienze possibili senza pregiudizi?”
“Vuoi cavalcare lo stereotipo del ragazzino mignotta? Davvero?”
“No, voglio cavalcare qualcos’altro,” risponde Riccardo. La frase gli esce così, spontanea, graffiante, fin troppo onesta. Alessandro trattiene il respiro così teatralmente che perfino Riccardo capisce di averla detta troppo esplicita. La stempera un po’ con un mezzo sorrisino, aggiungendo “E comunque gli stereotipi sono fastidiosi solo quando li subisci. Quando puoi farli lavorare a tuo vantaggio possono diventare alleati.”
Alessandro rilascia il respiro e cerca di calmarsi. Sente letteralmente l’eco di una sirena allontanarsi sulla strada e si dà del mentecatto da solo. “Blanchito,” dice, con molta più pazienza e affetto di quanto questo palese criminale minorile che si è tirato in casa non meriti, “Tu mi devi venire incontro, ok? Anch’io come te sono stato un pischello infoiato dieci anni fa, anch’io come te ho sbattuto il culo in faccia a uomini con dieci anni più di me, e quegli uomini sono stati saggi abbastanza da prendere il culo che gli stavo posando addosso e posarlo, perché capivano che non era proprio il caso. Ed è la stessa cosa che dirò io a te adesso: non è proprio il caso.”
“Ma perché?!” sbotta Riccardo, e Alessandro si alza in piedi, roteando gli occhi e cominciando a vagare inquieto per la suite.
“Madonna, mi mandi in paranoia. Ma che vuoi che ti dica? Non è il caso perché siamo al Festival di Sanremo, perché sei un ragazzino, perché stai con una ragazzina e non voglio infilarmi in mezzo a due ragazzini, perché conosco tua madre e tuo padre e quel povero sant’uomo prima di partire non mi ha detto altro che di starti dietro e prendermi cura di te— posso continuare, se vuoi.”
“Ok,” Riccardo annuisce, imperturbabile, “Ma finché una delle ragioni per cui non mi vuoi baciare non sarà che non ti piaccio, qualsiasi altra motivazione resta invalida per me.”
Alessandro si pietrifica in mezzo alla stanza. Cazzo.
“…troppe negazioni nella frase. Non l’ho capita.”
“Cazzate.”
“Sono straniero, non lo capisco bene l’italiano.”
“Certo.” Riccardo scivola giù dal letto. Si lascia alle spalle le tende e resta in mutande di fronte a lui, che sta ancora in cappotto come un deficiente. “Quando ti conviene non capisci una sega. Vuoi che sia più esplicito?”
“Non lo sei stato già fin troppo poco fa?”
“Perché, perché ti ho fatto capire che ti voglio cavalcare? Posso essere anche più esplicito di così. Potrei dirti—”
“Non farlo.”
Riccardo grugnisce frustrato, abbassando le spalle un secondo e poi tornando a tendersi verso di lui. Ce li ha questi momenti che semplicemente non lo tieni, e Alessandro già fatica a gestirlo normalmente, quando gli prende così, poi, non c’è modo di arginarlo. “Ale, sei impossibile,” si lamenta il ragazzo, “Quando ti fissi con una cosa diventi un peso al cazzo. Perché non ti rilassi un attimino? Siamo qui per giocare, per divertirci, è una gara, non l’esame di stato. Se un ragazzo che ti piace viene da te e dice che ti vuole baciare, perché non lo vuoi fare?”
“Ma Cristo, non ti ho dato motivazioni a sufficienza?” sbotta Alessandro, allargando le braccia ai lati del corpo in un gesto di rassegnazione frustrata, “Cos’altro ti devo dire?”
“Te l’ho detto cosa mi devi dire. Dimmi che non ti piaccio!”
“Non mi piaci.”
“Va bene,” Riccardo aggrotta le sopracciglia, “Ora dillo credendoci.”
Alessandro sbotta in una risata tesa e nervosa, scuotendo il capo. “Vabbè, Blanchito, non si vince mai con te. O ti dico sì o sto mentendo. Apposto.” Si sfila di dosso il cappotto, lanciandolo a casaccio sul letto. “Basta, ho dato. Me ne vado a dormire. Tu fai quello che vuoi, vai a dormire pure tu oppure rivestiti ed esci, ubriacati e mettiti a correre nudo sulla spiaggia, fatti inseguire dai carabinieri. Pure quello sono punti al Fantasanremo.”
“Oh Madonna, non ti sopporto quando fai così,” Riccardo lo segue in giro per la stanza, mentre Alessandro si strappa di dosso la felpa e poi la gonna, “Sei bravissimo tu a nasconderti dietro un dito, io ho smesso di parlare di Fantasanremo venti minuti fa e sono qui che ti dico che ti voglio nei termini meno espliciti che conosco per non ferire la tua fragile sensibilità da Millennial del cazzo, e te ritiri fuori il Fantasanremo, ora, perché ti conviene.”
“Ma che mi conviene!”
“Sì, per farmi sentire un cretino! Ma io non mi ci sento, e sai perché?”
Alessandro si arrende, smette di scappare, si gira per affrontarlo quantomeno viso a viso, perché francamente continuare a ruotare intorno alla stanza mezzo nudo mentre Riccardo gli corre dietro in mutande gli pare surreale. “No, non lo so perché. Dimmelo tu.”
Riccardo si ferma a un centimetro da lui, frena bruscamente ed è costretto a mettergli le mani sul petto per non cascargli addosso, per tenersi a distanza. Sono scosse elettriche quando lo tocca – che Dio lo perdoni, sono brividi. “Non ho spazio per sentirmi un cretino,” dice Riccardo, occhi nei suoi, respiro pesante, “Sono troppo arrapato.”
Il cervello di Alessandro si spegne tutto insieme, come se Riccardo avesse pigiato un interruttore. Ale immagina le sue parole come uno spillo, le immagina bucare il palloncino pieno dell’acqua della loro tensione sessuale, immagina quell’acqua versarsi addosso a entrambi, sommergerli.
Lo afferra per le spalle e se lo tira contro, premendo la bocca contro la sua. Affamato, lo bacia, poi lo morde, poi lo bacia ancora. Non vuole fargli male e quindi morde piano, ma non ha fatto i conti con Riccardo e con la sua energia inarrestabile, la sua fame infinita. Riccardo è un pozzo di tutto, di voglia, di forza, di intensità. Tutte le sue emozioni sono senza fondo. Alessandro gli casca dentro mentre Riccardo lo spinge contro il letto, lo tira giù in mezzo alle tende tutte stropicciate e appallottolate sul copriletto e gli si siede addosso, e continua a baciarlo, lo bacia come se pure i suoi baci non avessero fondo.
Quando Alessandro lo sente muoverglisi in grembo, le mani corrono istintivamente ai suoi fianchi, per tenerlo fermo, mentre già si immagina in galera. “Fermofermofermo,” dice senza fiato, interrompendo il bacio. Gli scappa da ridere e non riesce a trattenersi, e Riccardo fa lo stesso, e Alessandro odia dovere ammettere che si sente meglio, adesso, ma è così. “Madonna santa, Ricca. Io come ci arrivo vivo a sabato? Non lo so.”
“Dai, non dirmi che non ti è piaciuto,” ride Riccardo, sistemandosi meglio sopra di lui mentre Alessandro cerca di tenerlo su per evitare di strusciarsi troppo, “Dicono tutti che a baciare sono un fenomeno. È la bocca larga. Funziona bene anche per altra roba.”
“Taci!” Alessandro scoppia a ridere, gettando indietro la testa, “Gesù! Taci! Sei una roba inaccettabile!”
“Mi è stato detto anche quello,” Riccardo ridacchia a bassa voce, e poi gli si distende addosso, incrociando le braccia sul suo petto per tenersi su. “Ti sei calmato?”
“Silenzio stampa.”
“Sei una merda,” ride Riccardo, ma non si offende. Alessandro pensa distrattamente che non è l’unico la cui pazienza sarà messa a dura prova questa settimana. “Vabbè. Io lo so che ti sei calmato. I miei baci magici non falliscono mai.”
“Va bene, va bene,” Alessandro sorride e se lo spinge via di dosso. Cerca di essere delicato, di nascondere l’urgenza con la quale ritiene di doversi allontanare da lui. Non gli va di mollarlo, ma insomma, deve. “Adesso però andiamo a letto. Se prima ero stanco ora sto esaurito. Devo dormire. Perentorio.”
“Okay,” Riccardo si tira su a sedere sulla sponda del letto, e poi saltella giù e si dirige con passo spedito verso il cappotto che ha abbandonato in terra quando è entrato in camera, “Un’ultima cosa. Avevo pensato a un effetto speciale per la serata finale, visto che forse non ci fanno portare le bici sul palco. Ho pensato, cosa luccica come un diamante? E mi è venuto in mente questo.”
Alessandro si tira su sui gomiti per osservarlo meglio e, non senza una certa curiosità, lo guarda mentre rovista dentro le enormi tasche del cappotto per trovare qualcosa che poi tiene stretto in una mano mentre, quasi saltellando come Heidi nella sigla del cartone animato, torna verso di lui sul letto.
Riccardo si ferma a meno di un passo di distanza, e gli offre un sorriso monello che Alessandro sa che dovrebbe temere, ma con leggerezza sceglie di non temere, chiaramente ancora rintontito dal bacio.
Se ne pente amaramente quando, meno di mezzo secondo dopo, Riccardo gli mostra cosa tiene in mano: un barattolino di plastica, minuscolo, che gli stappa addosso con una risata divertita. Dal barattolino esce uno tsunami di glitter di mille colori diversi, che formano un terrificante cumulonembo di brillantina che resta sospeso per aria per un tragico istante prima di piovere addosso a lui, al letto, a tutti i suoi vestiti, ai tendaggi, a una buona metà del pavimento della zona notte della suite e perfino al baldacchino.
“…Ricca, ma sei una minchia!” strilla Alessandro, saltando per aria mentre cerca di staccarsi di dosso la sua nuova seconda pelle di luccichini, “Ma che cazzo, mi ci vorranno sei docce e tutta la notte per togliermi questa merda di dosso, per non parlare del resto della camera, non l’avevi già devastata abbastanza?!”
Riccardo scoppia a ridere soddisfatto, avendo evidentemente ottenuto la reazione che si aspettava. Alessandro lo guarda con estremo disappunto, ma nel guardarlo nota che, nell’esplosione, anche lui si è ricoperto di glitter, ed ora, fra un tatuaggio e l’altro, anche la sua pelle luccica. È talmente ridicolo, e loro insieme sono talmente ridicoli, e le condizioni di questa stanza sono talmente ridicole, e tutto quello che è successo nell’ultima ora della sua vita è stato talmente ridicolo, che anche lui non può fare a meno di scoppiare a ridere.
Non sa se i baci di Riccardo siano magici – certamente qualcosa in lui, però, lo è.
