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Language:
Italiano
Stats:
Published:
2022-08-05
Completed:
2023-10-12
Words:
19,014
Chapters:
3/3
Comments:
4
Kudos:
17
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5
Hits:
422

Three Hits - Love is Like a Volleyball Match

Summary:

La tentazione di trattenerlo e chiedergli di non partire sarebbe stata troppa, e Tobio non si sarebbe mai perdonato se avesse ceduto ai suoi sentimenti.

Hinata è un corvo, esattamente come lui, e Tobio non ha mai desiderato chiuderlo in gabbia o strappargli le ali. Fin dalla prima volta che l’ha visto saltare, ha saputo che avrebbe voluto vederlo saltare ancora, ancora, ancora — esattamente come Hinata gli ha chiesto di alzare per lui finché non se ne è andato.

[....]

Sarebbe estremamente facile prendere il telefono e scrivere a Hinata "Sono a Rio", sarebbe facile vedersi ora che sono solo a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro.
Però non cede alla tentazione, non gli scrive e non lo chiama.
Si alza, si fa una doccia, si veste e cerca di far diventare Hinata parte del ronzio di sottofondo che è il resto del mondo.

English translation: Three Hits - Love is Like a Volleyball Match

Notes:

Ho finito di leggere Haikyuu!! e una delle frasi finali del manga mi ha fatto venire in mente questa prima fanfic di una serie di tre che spero riuscirò a scrivere nei prossimi giorni.
Intanto spero che questa prima storia vi piaccia! :)

(See the end of the work for more notes.)

Chapter 1: Primo tocco – Rio de Janeiro, Agosto 2016

Chapter Text

 

Due squadre, separate da una rete...

si scambiano, avanti e indietro, un pallone.

La palla non può toccare terra...

né può essere trattenuta.

Ogni squadra dispone di tre tocchi...

per tenerla in gioco...

e passare dalla difesa all'attacco.

(Haikyuu, Volume 45, Capitolo conclusivo: sfidanti)

 

 

 

Primo tocco – Rio de Janeiro, Agosto 2016

 

Per tutta la vita, Tobio ha avuto solo un pensiero in testa: la pallavolo.

Per tutta la vita, si è svegliato la mattina per giocare a pallavolo, ha mangiato per giocare a pallavolo, ogni respiro era volto unicamente per far sì che potesse continuare a giocare a pallavolo.

Il corpo è sempre stato una macchina di cui prendersi cura per giocare a pallavolo.

 

Il mondo è sempre stato un ronzio in sottofondo, tutto quello di cui gli è sempre importato è la sensazione del cuoio tra le mani, la rete che divide il campo a metà, il palmo della mano che collide perfettamente con la superficie della palla e il rumore assordante di una schiacciata ben riuscita.

Non gli è mai importato particolarmente chi fossero i suoi compagni di squadra, l’importante era che schiacciassero, ricevessero e tenessero la palla in gioco.

Non gli è mai importato nient'altro almeno finché non ha incontrato i membri della squadra del suo primo anno alla Karasuno.

E in particolare lui.

 

« Ci vediamo, Kageyama! »

« Vedi di tagliarti i capelli, che sembrano un nido per uccelli »

 

Quando quella mattina si sveglia, il suo primo pensiero non è la partita che dovrà giocare quel pomeriggio — sarebbe stato così, se non lo avesse mai incontrato, ma, forse, forse, non sarebbe mai stato lì, se non lo avesse fatto — ma le ultime parole che Hinata gli ha rivolto prima di partire.

L’ultima volta che si sono visti è stato un anno prima, il giorno del loro diploma.

Hinata non gli ha chiesto di andarlo a salutare in aeroporto e Tobio non ci è andato.

La tentazione di trattenerlo e chiedergli di non partire sarebbe stata troppa, e Tobio non si sarebbe mai perdonato se avesse ceduto ai suoi sentimenti.

Hinata è un corvo, esattamente come lui, e Tobio non ha mai desiderato chiuderlo in gabbia o strappargli le ali. Fin dalla prima volta che l’ha visto saltare ha saputo che avrebbe voluto vederlo saltare ancora, ancora, ancora — esattamente come Hinata gli ha chiesto di alzare per lui finché non se ne è andato — e se l’avesse fatto per schiacciare una delle sue alzate, ancora meglio.

 

Perciò, no, Tobio non è andato a salutarlo in aeroporto.

 

Non si vedono da un anno, ma si tengono in contatto — saltuariamente, senza nessuna cadenza regolare, ma lo fanno.

Solitamente è Hinata a iniziare qualche conversazione, a scrivergli Il sole di Rio è davvero diverso da quello del Giappone! o ho fatto 20 km di corsa sulla spiaggia stamattina! e Tobio si limita a leggere, o rispondere che a Tokyo il cielo è grigio e piove — il sole, in ogni caso, sembra meno brillante da quando Hinata è partito, ma questo non gliel’ha mai scritto e mai lo farà — o con quanti chilometri ha corso lui, perché dato che non possono più sfidarsi faccia a faccia, hanno continuato a farlo così.

Non si chiamano.

Mai.

Sa per certo che Hinata ogni tanto fa delle videochiamate con Yachi, Yamaguchi, i loro ex senpai o ex compagni di squadra, perché l’ultima volta che hanno organizzato una rimpatriata con i membri del suo vecchio team questi ultimi non hanno fatto altro che parlare di Hinata. E Tobio ha assorbito ogni cosa dicessero, affamato di notizie nello stesso modo in cui è affamato di pallavolo. Sugawara gli ha lanciato un’occhiata di chi la sa lunga e Tobio non si stupirebbe che abbia capito cosa provano l’uno per l’altro.

Nessuno dei due l’ha mai detto all’altro, ma non ce n’è mai stato bisogno.

Tobio è l’alzatore di Hinata e Hinata lo schiacciatore di Tobio, non importa che uno alzi anche per altri giocatori e l’altro schiacci le alzate di altri alzatori. Le alzate più soddisfacenti, quelle che Tobio sente arrivare fino al centro del suo cuore come se la palla fosse collegata direttamente al suo petto, sono quelle che schiaccia Hinata.

Quelle che nessuno dei due sa se e come riuscirà e lasciano il cuore palpitante di adrenalina anche dopo che l’azione è conclusa: Kageyama alza, Hinata salta e schiaccia, la palla va dall’altra parte della rete spazzando via ogni dubbio, incertezza e paura.

Quando sono loro due, importa solo quell’unico attimo.

 

Quell’unico attimo ripetuto all’infinito, ancora e ancora.

 

 

Innamorarsi di Hinata è stato come innamorarsi della pallavolo e Tobio si è ritrovato ad amarlo ancora prima di rendersene conto — e ce ne ha messo di tempo per rendersene conto, ma solamente perché entrambe le cose andavano di pari passo: Hinata c’era sempre quando c’era la pallavolo e la pallavolo c’era sempre quando c’era Hinata, era impossibile discernerle una dall’altra e capire cosa davvero provasse.

 

La consapevolezza è arrivata un giorno del secondo anno, mentre stavano discutendo su qualcosa che non ricorda nemmeno più. Nessuno dei due ha mai capito chi ha iniziato prima, ma un attimo prima si stavano urlando contro e l’attimo dopo si stavano baciando.

Quando si sono separati, Hinata ha sospirato un “oh” sorpreso e Tobio ha pensato a quanto fossero soffici quelle labbra e quanto volesse rifarlo.

Non ci hanno messo molto a passare dallo scambiarsi baci a pomiciare nel ripostiglio della palestra quando rimanevano solo loro due dopo gli allenamenti. E non ci hanno messo molto a passare dal pomiciare a scoprirsi reciprocamente, a imparare cosa volesse dire dare piacere ad un’altra persona o raggiungere il piacere per mano di un’altra persona.

Non hanno mai definito cosa fossero, avevano solo aggiunto un’altra sfaccettatura al loro rapporto, sfaccettato come un pallone da pallavolo che ci si rigira tra le mani ma che non si può mai vedere nella sua interezza. Un attimo erano amici, l’attimo dopo erano compagni di squadra; un attimo erano rivali e quello dopo ancora la palla era abbandonata in un angolo in penombra del ripostiglio e nessuno poteva vedere quale faccia fosse rivolta verso l’alto.

 

Non si sono mai detti “mi piaci”, né “ti amo” né “voglio stare con te”.

Solo una volta Hinata l’ha fatto, una notte che hanno trascorso insieme pochi giorni prima del diploma.

Ha sussurrato al buio della stanza un « Tobio, mi piaci » credendo che Tobio non l’avrebbe mai sentito. Ma Tobio l’ha fatto ed ha continuato a far finta di dormire, anche quando ha ascoltato Hinata ridacchiare e rimettersi sotto le coperte, abbracciandolo da dietro le spalle e nascondendo il volto nella sua schiena.

È stato tutta la notte sveglio a ripetersi in testa quelle parole, il suo nome che non gli è mai parso tanto estraneo come quando è uscito dalle labbra di Hinata che l’ha sempre chiamato Kageyama anche dopo anni passati insieme.

 

Sono le stesse parole che si ripete ancora, nei momenti di particolare debolezza, nei momenti in cui non può giocare a pallavolo, perché l’allenatore li ha costretti a qualche giorno di riposo, e la sua vita sembra improvvisamente vuota.

Perciò se le ripete, fino a quando sembrano smettere quasi di avere significato o fino a quando la nostalgia non è così tanta che prende la palla a dispetto di tutto, va in palestra e fa alzate ad un Hinata immaginario.

A volte Hoshiumi lo trova lì e gli chiede di alzare per lui, a volte è Ushijima a farlo, altre ancora Bokuto durante i ritiri congiunti delle loro squadre. A volte la palestra rimane vuota, e nell’eco della palla che cade a terra Tobio può sentire un Kageyama, alzami ancora! e lui non può far altro che alzare ancora e ancora ad un Hinata che non c’è.

 

La sveglia che ha impostato sul suo cellulare suona e, per un attimo, immerso com’è nei suoi pensieri, rimane spaesato.

Per un attimo non ha idea di dove sia, di che giorno sia, che ora sia.

La consapevolezza arriva come un fulmine al ciel sereno.

È agosto e sono le sette.

Alle otto deve scendere a fare colazione insieme agli altri.

Alle nove hanno la riunione per decidere la strategia da seguire durante la partita di quel pomeriggio.

Dalle dieci alle quattordici sono liberi.

 

Sarebbe estremamente facile prendere il telefono e scrivere a Hinata Sono a Rio, sarebbe facile vedersi ora che sono solo a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro.

Se c’è una cosa in cui Hinata è particolarmente bravo, però, è fare l’esca e Tobio può essere abbastanza concentrato per non farsi distrarre solo quando è sul campo da pallavolo, non fuori. Soprattutto non quando non lo vede da un anno — un anno e quattro mesi, per essere precisi — e Hinata gli manca come gli manca la pallavolo quando non può giocare anche solo per un giorno.

Perciò non cede alla tentazione, non gli scrive e non lo chiama.

Si alza, si fa una doccia, si veste e cerca di far diventare Hinata parte del ronzio di sottofondo che è il resto del mondo.

 

Fallisce miseramente.

 

Ma fortunatamente le quattordici arrivano in fretta e l’unica cosa che importa da quel momento in poi è la partita e nient’altro.

 

Vincono.

Così come vincono la partita del giorno dopo e quella dopo ancora.

Perdono ai quarti di finale contro l’Argentina, ma rimangono a guardare tutte le partite fino alle finali.

Domenica c’è la cerimonia di chiusura, venerdì e sabato hanno tutto il giorno libero.

Dopo due giorni passati a rimuginare, alla fine Tobio si decide.

 

 

A: Idiota

Sono a Rio

 

Da: Idiota

Lo so

Ti ho visto in TV!

 

A: Idiota

Sono libero questo fine settimana

 

Da: Idiota

È un modo per dirmi che vuoi vedermi?

 

A: Idiota

Tu vuoi?

 

Da: Idiota

Alzerai per me?

 

A: Idiota

Solo se te lo meriti

 

Sentire Hinata, anche solo per messaggio, è sempre una boccata di aria fresca.

Rivederlo, il venerdì successivo, è come prendere in mano un pallone da pallavolo vecchio e consunto che si pensava di conoscere a memoria ed invece ritrovarsi tra le mani uno che sembra rimesso a nuovo e quasi non lo si riconosce più.

 

Aveva sentito da Yachi che Hinata era diventato più alto e che aveva messo su massa muscolare, ma Tobio non si aspettava così. Si aspettava un Hinata poco più alto di quello che si ricordava, con una muscolatura più delineata ma un fisico sempre mingherlino.

Quello che si ritrova davanti, invece, è un Hinata decisamente più cresciuto di quello che si aspettava.

La loro differenza di altezza è sempre la stessa, Tobio può dirlo con certezza perché è sempre stato bravo a calcolare le distanze e l’inclinazione della sua testa necessaria per guardare negli occhi Hinata non è cambiata.

Ma questo Hinata è più adulto e meno bambino, le spalle larghe e i muscoli delle braccia e delle gambe in risalto sotto il sole di Rio.

È ancora più bello di come se lo ricordava e non può far altro che ringraziare se stesso per aver deciso di non incontrarlo prima, perché sa già che sarà l’unica cosa a cui riuscirà a pensare per giorni e non se lo poteva davvero permettere durante le partite dei giorni passati.

 

« Sorpreso? » gli chiede Hinata, con la voce più profonda di quella squillante che aveva l’anno prima.

« Sei diventato più alto, ma rimani sempre basso »

« Sono alto 172 centimetri adesso! »

« Ed io 188 »

« Davvero? Allora… » vede Hinata aprire e chiudere le dita della mano, sussurrando a bassa voce qualche numero « siamo cresciuti tutti e due otto centimetri dal nostro primo anno alla Karasuno! »

« Sono comunque più alto io »

« Non darti troppe arie, Bakayama! È un pareggio! »

« Sono ancora in vantaggio. Piuttosto, dov’è il campo? » Hinata gli ha chiesto di alzargli, perciò giocheranno a pallavolo, no?

« È proprio dietro l’angolo! Ho pensato che sua maestà il re non volesse sporcarsi con la sabbia, perciò ho optato per la palestra! Probabilmente dovremo dividerla con altre persone, ma meglio di niente, no? »

« Idiota » Non gli dirà mai che, per quanto gli riguarda, avrebbe potuto portarlo a giocare a pallavolo anche in mezzo all’oceano con le onde che s’infrangevano contro di loro e Tobio non se ne sarebbe lamentato se significava giocare di nuovo insieme a lui.

 

 

Alzare per Hinata è esattamente come se lo ricordava, una boccata d’aria fresca rispetto all’atmosfera delle olimpiadi.

Entrambi sono sempre stati particolarmente competitivi — le loro sfide ne sono una prova, così come il fatto che Tobio sia arrivato a partecipare alle olimpiadi o che Hinata sia andato dall’altra parte del mondo per migliorarsi — perciò non gli dispiace la pressione che prova durante una partita, anzi, l’ha sempre caricato ancora di più. Ma vedere Hinata fidarsi ciecamente delle sue alzate, con quella sicurezza che Tobio gli alzerà e che, non importa dove sarà lanciata la palla, Hinata la schiaccerà, per poi girarsi verso di lui e sorridergli a trentadue denti mentre esclama un « alzata perfetta! » gli fa gonfiare il petto d’orgoglio e fa provare quella sensazione al cuore che solo Hinata sa fargli provare.

È come se il Sole tornasse al centro dell’universo dopo un periodo in cui è stato assente e il resto dei pianeti tornassero a gravitargli attorno come hanno sempre fatto – Hinata è sempre stato un po’ come il sole e Tobio si è sempre sentito in balia della sua forza di attrazione.

 

Che Hinata sia migliorato a ricevere non lo sorprende più di tanto — in fondo ha già anni arretrati in cui ha sorpreso tutta la loro squadra fin dalla fine del loro primo anno con una ricezione migliore dell’altra.

Quello che lo sorprende, però, sono le sue alzate, perché l’Hinata che si ricordava non sapeva alzare. Sapeva recuperare una palla e ritirarla indietro ad uno schiacciatore se c’era bisogno, ma non alzare nel vero senso della parola. Invece, quando il primo tocco della partita va a Tobio perché la battuta avversaria è particolarmente corta e Hinata gli fa un’alzata che non è perfetta ma è veramente buona, rimane sorpreso solo per un attimo, prima di saltare, schiacciare e fare punto. Hinata lo guarda con quei suoi occhi grandi carichi di aspettativa e Tobio piega le labbra all’ingiù come se quel « bell’alzata » gli costasse la vita. Hinata ride e lo chiama ancora una volta Bakayama e a Tobio per un attimo sembra essere tornato in Giappone al loro primo anno.

Cerca in tutti i modi di nascondere il sorriso che gli si fa largo in faccia, ma è sicuro che praticamente tutti i presenti se ne siano accorti.

 

 

Finiscono per vincere.

Un po’ era ovvio, considerato che Tobio ha appena partecipato alle olimpiadi, che Hinata è un giocatore al pari di un professionista, che il resto dei loro compagni di squadra e dei loro avversari non era di un livello eccezionale — non basso ma mediocre per i loro standard.

Il Tobio delle medie non avrebbe mai alzato a nessuno di loro, il Tobio di adesso sa fare un’alzata perfetta adatta ad ogni giocatore e ne va fiero.

 

Alla fine, la squadra avversaria propone di offrire loro la cena e Hinata gli spiega che per le usanze del luogo rifiutare sarebbe un grosso affronto verso di loro, perciò accettano l’invito, non che comunque Tobio avesse intenzione di rifiutare.

La cena non è male, così come non è troppo male neanche la compagnia.

Si ritrova a partecipare alla conversazione con quel poco di portoghese che ha imparato e, quando necessario, Hinata gli fa da interprete per colmare le sue lacune — se qualcuno gli avesse detto, qualche anno prima, che proprio Hinata, tra tutti, gli avrebbe fatto un giorno da interprete, non ci avrebbe mai creduto; invece eccolo qui, a conversare in portoghese con la gente del luogo, a lasciare Tobio a bocca aperta ancora una volta.

 

Non c’è molto da capire quando, a fine serata, una delle signore che sono state in squadra con loro li saluta dicendo a Hinata qualcosa che a Tobio sembra essere va a divertirti con il tuo ragazzo!, perché, se anche non l’avesse capito, la faccia improvvisamente rossa di Hinata gli avrebbe fatto intendere comunque il significato celato dietro a quelle parole.

Le sue orecchie non vanno a fuoco, per niente.

 

« Allora… umh… dove vuoi andare adesso? » gli chiede Hinata, quando escono dal ristorante e iniziano a camminare senza meta per strada.

È facile, pensa Tobio, avere a che fare con questo Hinata.

Quello che è diretto anche quando non lo è, perché tanto il suo corpo — per quanto ora sia diverso — parla per lui.

Tobio è sempre stato un po’ ingenuo, alcuni dei suoi ex e attuali compagni di squadra spesso lo prendono in giro perché non capisce mai quando una ragazza ci prova con lui, ma con Hinata è impossibile non capire, perché glielo urla con ogni fibra del suo corpo.

Il resto del mondo è sempre stato un ronzio, ma non di certo lui che è rumoroso anche quando sta fermo e zitto.

« Possiamo… » si ferma a pensare: nell’hotel dove alloggia con gli altri membri del suo team è facile imbattersi in uno di loro. Non che gliene importi nulla di cosa pensano in proposito, ma quello che c’è tra lui e Hinata è qualcosa di loro e basta. Già è difficile vivere a chilometri di distanza, non ha bisogno che gli venga ricordato anche da altre persone che Hinata è dall’altra parte del mondo e che tornerà ad essere così fra solo qualche giorno. Meno gli altri sanno, meglio è.

Nell’appartamento dove sta Hinata si ricorda vagamente che vive anche un’altra persona, perciò anche quello è assolutamente da escludere. Non ha minimamente idea di chi sia né che rapporto abbia con lui — Hinata l’ha menzionato una, forse due, volte nei suoi messaggi — ma non vuole costringere Hinata a dare spiegazioni a qualcun altro sul perché abbia portato a casa un ragazzo o quello che faranno una volta chiusa la porta di camera alle loro spalle.

Non sono rumorosi, ma non sono neanche esattamente silenziosi.

« Qual è l’hotel più vicino? » chiede. Lo sa che è uno spreco pagare una camera da un’altra parte quando entrambi hanno un luogo in cui andare, ma tutto sommato pensa che non lo sia davvero se significa che può godersi Hinata come e quanto vuole, senza dover pensare a chi c’è dall’altra parte di un muro come capitava quando erano alle superiori. Hanno passato quella fase, ormai.

 

 

È vergognoso quello che accade nella camera dell'albergo, se lo porterà nella tomba e Hinata farebbe meglio a fare lo stesso.

 

Appena varcano la porta della camera, Hinata lo bacia con la stessa bramosia con cui l'avrebbe fatto anche Tobio stesso se l'altro non l'avesse preceduto.

La sua bocca sa della cena che hanno mangiato poche ore prima, ma anche di sole e di sabbia — non che sappia che gusto abbiano davvero il sole e la sabbia, ma è l’unico modo in cui saprebbe descrivere il sapore sulle sue labbra; le mani di Hinata gli cingono il viso, ma il suo tocco è diverso da quello che ricordava, più fermo e solido, in netto contrasto con le mani incerte delle loro prime volte; le sue dita sono più lunghe e le sue unghie sono limate – quando erano al liceo, era Tobio a dovergli ricordare sempre di limarsele e a finire a farlo per lui perché Hinata non ne era capace, le sue unghia venivano sempre storte e finivano spesso per spezzarsi durante gli allenamenti.

 

Anche quando Tobio gli succhia una porzione di pelle sul collo mentre si spogliano e si spostano sul letto, Hinata odora di salsedine e la sua pella sa di sale, come se l'aria di Rio gli fosse entrata dentro a cancellare completamente il suo essere giapponese – ed è stupido da pensare, perché tutto il giorno Hinata gli ha parlato in perfetto giapponese, perciò è ovvio che sia ancora giapponese, una persona non può non esserlo più dopo che lo è stata per tutta la vita.

 

È tutto assurdamente diverso, e allo stesso tempo non lo è.

 

Tobio lo sa che quello davanti a lui è Hinata, ma il suo corpo sembra non essere della stessa idea, anche quando Hinata gli prende il membro tra le mani e inizia a toccarlo esattamente come sa che piace a lui — hanno avuto anni di pratica per scoprire cosa piaccia a uno e cosa piaccia all’altro.

Ci vorrebbe poco per Tobio per arrivare al culmine, davvero vergognosamente poco, ma il suo pene che gli rimane floscio tra le gambe sembra pensarla diversamente e non aver nessuna voglia di collaborare.

« Cazzo » impreca ad alta voce, buttando la testa all'indietro e coprendosi il volto con le mani, frustrato per un orgasmo che non accenna ad avvicinarsi, nonostante il ragazzo accanto a sé sia esattamente chi voleva che fosse e di cui aveva bisogno e che aspettava da un anno e quattro mesi.

« Mi dispiace » continua, perché si sente uno schifo, come se fosse stato sconfitto — una sconfitta ancora più bruciante di quella che hanno ricevuto con la sua squadra alle olimpiadi, perché almeno lì hanno perso con onore dopo una battaglia combattuta, qui invece non è successo niente.

 

Hinata lo guarda in silenzio e Tobio inizia a pensare a tutto quello che potrebbe passargli per la testa: cose come è passato davvero troppo tempo, abbiamo smesso di essere attratti uno dall’altro e non c’è più niente da fare o magari è meglio un brasiliano, magari un brasiliano non ha questo tipo di problemi. Dicono che i brasiliani sono calienti, forse è questo che vuol dire. Forse Hinata ha avuto anche altri rapporti, mentre era qui, in fondo non si sono mai definiti esclusivi, anche se per Tobio lo sono.

 

Ma Hinata è Hinata e, fuori dal campo, Tobio non può mai essere davvero certo di cosa gli passi per la testa.

 

« Tobio, non ti preoccupare » gli sussurra all'orecchio, provocandogli brividi di piacere che gli scorrono lungo tutta la schiena.

Non può che tornargli alla mente queI « Tobio, mi piaci » che Hinata gli ha sussurrato l'anno prima.

Quel Tobio che quella notte gli è sembrato tanto estraneo ma che adesso è la cosa più familiare che questo Hinata abbia fatto negli ultimi trenta minuti.

 

Il suo pene, questa volta, sembra pensarla diversamente, ed è impossibile che Hinata, che lo stringe ancora tra le proprio mani, non se ne sia accorto.

 

« Lasciare fare a me, Tobio » calca ancora una volta, rivolgendogli uno di quei ghigni che, Tobio lo sa, portano solo guai.

« Cazzo » impreca, stavolta per un motivo completamente diverso dal precedente, ora che sente il proprio membro diventare sempre più duro.

Fino a qualche minuto prima Hinata lo stava masturbando lentamente, come a volersi godere ogni attimo e prolungare l’attesa fino all’infinito. Come se, dopo un anno che non si sono potuti toccare, volesse assaporare ogni centimetro del suo corpo, ogni gemito di piacere.

Ora, invece, ha iniziato a seguire un ritmo sempre più incessante, toccando i punti che sa che lo manderanno in estati con una precisione che ha solo quando deve schiacciare e ha un muro da superare davanti. Ha il chiaro obiettivo di farlo venire il prima possibile, e Tobio non si sorprende che sappia esattamente cosa gli serve in questo momento, che nervoso e frustrato com’è non potrà godersi più neanche un secondo di quelli che passeranno insieme finché non raggiunge prima un orgasmo — Hinata scherza sempre sul fatto che Tobio diventa sempre più placido e rilassato dopo essere venuto, che potrebbe fargli qualsiasi cosa e lui non se ne accorgerebbe. Probabilmente è davvero così, probabilmente Hinata potrebbe fargli davvero qualsiasi cosa e lui gliela lascerebbe fare, ma solo perché conosce Hinata e sa che non farebbe mai qualcosa che lui non vuole.

 

« Tobio, stai andando alla grande » continua a sussurrargli il ragazzo di fianco a lui. Lo sente mormorare altre frasi al che non riesce a comprendere, abbandonato com’è al piacere. L’unica cosa su cui si riesce davvero a concentrare sono le mani di Hinata che lo toccano, le sue labbra sulla sua bocca ed il suo nome sussurrato sulla sua pelle.

 

« Tobio, mi piaci » continua a proporgli la sua mente, come ha fatto incessantemente per gli ultimi sedici mesi.

 

È una continua litania di Tobio, Tobio, Tobio, ansimata alle sue orecchie, il fiato caldo che gli solletica il collo.

 

Il suo corpo viene smosso da spasmi violenti prima che se ne possa anche solo fare una ragione.

Per un attimo le orecchie gli fischiano e la vista gli si offusca.

Per un attimo, gli sembra quasi di galleggiare, come fa la palla in una delle sue alzate in cui, quando si ferma per un momento a mezz’aria e Hinata ha tutto il tempo di decidere dove schiacciarla.

È lo stesso il potere che ha su di lui.

 

« Wow » esclama lo stesso Hinata, poco dopo.

Tobio apre gli occhi, la luce del lampadario sopra al letto che lo costringe per un momento a richiuderli e a mettere le mani davanti a sé.

Hinata è a cavalcioni sopra di lui, raggiante come il sole di mezzogiorno, soddisfatto come quando vince una partita da cinque set e nonostante tutto ne giocherebbe volentieri un’altra perché non ne ha mai abbastanza, come sembra non averne mai abbastanza di lui.

« Non sapevo che bastasse questo per farti venire »

Neanche lui lo sapeva, ed è già imbarazzante così, senza che glielo faccia presente ad alta voce.

È la cosa più vergognosa che gli sia capitata. Peggio di quando, una volta, è venuto appena Hinata l’ha toccato. Un giorno decisamente da dimenticare, se non fosse stato pieno dei gemiti di Hinata, gli occhi lucidi che lo guardavano da sotto le ciglia che Tobio non si era mai fermato davvero a guardare, mentre lo preparava lentamente.

Al solo ripensare a quel giorno, potrebbe venire di nuovo.

Perché non ci ha pensato prima?

 

« No! No aspetta! » cerca di correggersi Hinata, quando Tobio si volta dall’altra parte, dandogli le spalle e coprendosi completamente con la coperta perché non ha il coraggio di guardarlo in faccia dopo quello che è appena successo « non intendevo… voglio dire… come posso dirlo? Non— Non fare così! »

Ma Tobio non risponde. Non si muove da quello che è diventato il suo rifugio. Non vorrebbe sprecare il poco tempo che hanno a disposizione così, ma il suo orgoglio non gli permette neanche di farsi vedere quando è in questo stato.

« Arrgh! » Hinata grugnisce un paio di volte, prima di chiamarlo — stavolta Kageyama — e posargli una mano sopra il braccio — Tobio riesce a sentire quanto sia calda anche separati dal tessuto della coperta, calda e rassicurante come solo Hinata sa essere.

« Ti piace quando ti chiamo per nome? È una specie… non lo so… di kink? »

« Che razza di domanda è?! » finisce per urlargli contro, alzandosi a sedere e cacciando via la coperta. E da quando Hinata sa cos’è un kink? Lui lo sa solo perché è stato Oikawa una volta a spiegarglielo — un’altra conversazione che spera di cancellare dalla sua mente, come il 99% di quelle che ha avuto e ha la sfortuna di avere ancora con il suo senpai.

« È una domanda! »

« Secondo te?! Ho appena avuto un orgasmo perché mi hai chiamato Tobio! Tu e la tua stupida bocca che non sa rimanere chiusa! E il tuo maledetto mi piaci che non riesco a togliermi dalla testa da un anno! »

Cazzo.

No, questo non voleva dirlo.

« Io— che— la mia bocca non– Un anno? Un an— Mi hai sentito quella volta?! »

« Sì che l'ho fatto! »

« Ooh »

« Non farmi ooh »

« Ma tu… sei venuto comunque oggi » no, lo sa che venuto in questo caso non si riferisce a quello che è appena successo — anche se potrebbe e avrebbe comunque senso — ma non riesce comunque a fermare il brivido di piacere che gli scorre nuovamente in corpo al solo pensiero.

« Mi sembra ovvio, te l’ho chiesto io! »

« Perché? »

« Perché mi piaci anche tu! Mi sembra ovvio! »

« Non lo era! Non me l'hai mai detto! »

« Neanche tu l'hai mai fatto! »

« Ma tu mi hai sentito! Perché non hai mai detto niente? »

« Perché… » Perché?

 

Perché pensava che non fosse possibile avere una relazione con Hinata con la distanza a separarli.

Perché pensava che, una relazione, li avrebbe ingabbiati entrambi, e nessuno dei due lo voleva, né per se stesso né per l’altro.

Perché pensava che gli bastasse quello che avevano, anche se ora sembra non bastargli più, a nessuno dei due.

 

« Io ti piaccio e tu mi piaci. È sempre stato così, perciò non deve cambiare nulla »

« Ma cambia tutto! »

« Non cambia niente »

« Arrrgh! Sei sempre così tu! »

« E questo che vorrebbe dire?! »

« Niente! Niente! »

 

« Fra due anni tornerò in Giappone… »

« Lo so »

« E saremo rivali »

« Ovvio »

« E quando vincerò, ti bacerò sotto le telecamere. Non m'importa del resto »

« Col cavolo che vincerai tu »

« Vincerò! E ti bacerò davanti a tutto il Giappone! Ma se vincerai tu… »

« Quando vincerò io ce ne andremo alla svelta da lì e ti bacerò fino a quando non ne potrai più »

« Impossibile! »

« Lo vedremo »

« Impossibile ti ho detto! » come per rimarcare il concetto, Hinata lo atterra nuovamente sul materasso, premendo sulle sue spalle con le mani.

 

Le sue labbra sanno ancora di sole e sabbia quando lo bacia.

Le sue mani sono ancora grandi più di quanto Tobio si ricordava quando le sente scorrere sul suo corpo.

La sua pelle odora ancora di salsedine.

 

Ma se questo è l'Hinata di adesso, Tobio può imparare a conoscerlo, così come ha imparato a farlo la prima volta che si sono scoperti insieme e come ha continuato a fare tutte le volte dopo.

Perché Hinata è Hinata, in continuo e costante cambiamento, mai fermo in un punto, mai nel posto in cui pensi di trovarlo, eppure sempre lì, sotto lo sguardo attento di Tobio, a cercare le sue attenzioni come se ne dipendesse la sua vita, come se non gl’importasse nient’altro.

Nient’altro.

 

Innamorarsi di lui è stato come innamorarsi della pallavolo.

 

Stare con lui, è un po’ come giocare una partita.

 

Un tocco, due, o tre.

Non importa quanti ne serviranno.

Hanno ancora una notte e una giornata intera a disposizione.

 

Quando Tobio tornerà in Giappone, questa volta, non ci sarà più solo Tobio, mi piaci a fargli compagnia.

Ci sarà questo Hinata che lo chiama Tobio e fa fare capriole al suo cuore, al suo stomaco, a tutto quanto.

 

« E tu? »

« E io cosa? »

« Non sei ancora venuto »

« Oh… sì… l'ho fatto »

« Eh? Quando? »

« Quando sei venuto tu, avevi un'espressione così… così woah! E sono venuto »

« Fai schifo »

« Ma ti piaccio »

« Sì, e voglio un secondo round »

« Ti devo chiamare ancora Tobio? »

« Lo dovrai fare sempre da ora in poi »

« Davvero? »

« Davvero »

« Tu mi chiamerai Shoyo, allora? »

« Solo se mi va »

 

 

« Tobio? » lo chiama ancora una volta Hinata, quando ore dopo sono entrambi abbondantemente appagati sotto le coperte.

« Mh? »

« Mi piaci davvero tanto »

« Lo so » Anche tu.                                         

« Non dimenticarti di me quando tornerai in Giappone »

« Come se potessi farlo »

« E chiamami »

« Ok »

« Ok? Solo ok? »

« Ho detto ok! Cos’altro vuoi? »

 

« Chiamami anche tu, ogni tanto, invece di mandare stupidi messaggi » grugnisce, alla fine.

« Ok »

« Ora dormi, idiota! »

 

 

Il giorno dopo giocano a beach volley sulla spiaggia.

Tobio non ammetterà mai che è più difficile che giocare a pallavolo, che non gliene può fregare di meno quando perdono e tocca a loro, stavolta, offrire il pranzo ai loro avversari.

Quando tornano nella camera dell’albergo per farsi una doccia, Hinata ride e Tobio lo bacia.

Qualche microgranello di sabbia è incastrato tra le loro labbra appiccicose che sanno di salsedine.

 

Fa schifo, ma è perfetto così.

 

Escono dall’albergo quel pomeriggio, salutandosi con un « ci vediamo » uguale a quello di un anno prima.

L’indomani Hinata non andrà all’aeroporto a vederlo partire, esattamente come Tobio non ci è andato quando è stato lui a farlo.

La prossima volta che gli mancherà, però, stavolta, Tobio lo chiamerà.

Non sarà la stessa cosa che averlo tra le proprie braccia, ma, in fondo, pensa, stare con Hinata è come giocare su un campo da pallavolo.

Un campo da pallavolo in cui, per il prossimo anno, saranno separati da una rete lunga quanto gli oceani che li dividono.

Una partita che durerà due anni, ma ogni partita — entrambi lo sanno bene — ha una sua fine e prima o poi torneranno a stare sullo stesso campo.

Perché Tobio è l’alzatore di Hinata e Hinata è lo schiacciatore di Tobio.