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Salvo si ricorda di aver letto da qualche parte, in qualche libro forse, che quasi è meglio trovarcisi in una guerra piuttosto che restare a taliare mentre se ne prepara una che non si può fermare in nessun modo; e però oramai ha sperimentato tutt'e due i casi, e può dire in coscienza che non ce n'è uno che faccia meno schifo dell'altro. Anche perché le sue non sono due guerre distinte, ma sono la stessa: sempre, sempre la stessa.
Lo sanno tutti quello che deve succedere. Lo sanno che non è una questione di se, ma di quando, e che a fermarlo non ci si può riuscire.
Vigata ci mette poco a tornare quella che era, ma le facce in giro sono un poco più serie, un poco più scantate del solito, e i discorsi fatti sottovoce ai crocicchi delle strade hanno quasi un argomento solo; e Salvo lo sa che comunque è solo una tregua, che un giorno di questi la notizia arriverà e il paese tornerà a vuotarsi del tutto per un'altra mezza giornata perché saranno tutti ammucciati in casa davanti alla televisione. Anche al commissariato adesso capita che la tengano accesa le ore intere, col volume basso basso che quasi non s'avverte, e pregando che non sia quello il giorno che dovranno alzarlo per sentire che è successo; ma arriverà, quel giorno arriverà. È solo una tregua, perché questa guerra di merda è fatta così, di tregue e di attese: e le tregue certe volte durano, ma prima o poi finiscono sempre.
Questa non dura nemmeno due mesi. Cinquantasette giorni, a voler essere esatti.
C'è giusto il tempo di seppellire i morti e di cominciare a mandare tutta la nazione in ferie, e magari così qualcuno smetterà di pensarci e potrà ingannarsi, pensare che sia finita; e beati loro, pensa Salvo, beati per l'ignoranza e beati per le ferie. Lui pensava di farsele una volta tornato giù da Genova, e invece oramai lavora pure di domenica e Genova non esiste nemmeno più nella sua testa, perché non esiste più niente che non sia qui e adesso. Genova è come se fosse un luogo fittizio, che torna a farsi reale soltanto durante le telefonate con Livia, e l'idea di andarci a vivere è come se se la fosse sognata.
Cinquantasette giorni e maggio si fa giugno, e giugno si fa luglio avanzato, e un pomeriggio Salvo se ne sta nel suo ufficio con Mimì a discutere delle indagini su un furtarello da niente successo la settimana prima; e a un certo punto il brusio del commissariato oltre la porta comincia a crescere, e cresce ancora, e si gonfia come un'onda di burrasca, e di botto li fa zittire. Poi il volume della televisione si fa più alto e qualcuno urla 'venite!', e a tutt'e due si gela il sangue.
"Eccoci" dice Salvo, guardando fisso davanti a sé, aspettando che la porta si apra.
Quando si apre, e Fazio trase a chiamarli con la faccia pallida e gli occhi lucidi, Salvo già conosce chi e che cosa, e perché, e probabilmente pure come; e manca solo di capire dove, e quanti altri. Corrono alla televisione, e quando ci arrivano davanti Mimì gli mette una mano sulla spalla e gliela stringe forte in quel modo che ha di confortarlo, e di confortarsi anche lui; e il come è proprio quello che pensava, e il dove è il posto più infame che poteva essere, in via D'Amelio, sotto casa di una madre a cui adesso resta solo un corpo scempiato da piangere; e gli altri sono cinque, e dice che nella scorta c'era pure una picciotta di ventiquattr'anni appena.
Lo sapevano tutti quello che doveva succedere, e più di tutti lo sapeva lui stesso. Lo sapeva, il dottore Borsellino, di essere un morto che cammina.
