Chapter Text
1. Un nuovo Diluvio Universale
Londra era sempre stata una città notoriamente grigia e piovosa. Difatti, le prime due settimane di pioggia incessante, costellate da qualche tuono sparso, non destarono particolari sospetti.
Quando le settimane divennero un mese e le tempeste si fecero sempre più fitte e frequenti, qualcuno da dietro i vetri dei negozi cominciò a borbottare a mezza voce e ad alzare un sopracciglio. Quando i mesi divennero due e si cominciò a vociferare di qualche tornado, per le strade intasate dall’acqua si inveì contro il cambiamento climatico, ritenuto il responsabile dell’imperversare delle piogge. Allo scattare del quarto mese di rovesci incessanti, temporali improvvisi e nuvole sempre più scure all’orizzonte, Londra era ormai sulle prime pagine in tutto il mondo e l’isteria collettiva annunciava un nuovo Diluvio Universale - non preoccupatevi, non è affatto vero.
La situazione era così drammatica che affacciandosi alla finestra, qualsiasi londinese avrebbe potuto avvistare qualche speranzoso reporter o qualche ottuso predicatore di sventura venire inesorabilmente trascinato via dalle forti raffiche di vento o dai torrenti d’acqua per quelle che un tempo erano state semplicemente strade. Il volto di Londra era profondamente mutato, al punto da essere ribattezzata come “la grande Venezia”.
La notizia dell’inspiegabile e repentino imperversare della pioggia viaggiò in un lungo e in largo, da Londra a Pechino, da Mercurio a Nettuno, dal Paradiso all’Inferno, finanche ad Alpha Centauri.
-Questo disastro è opera di Crowley?
Belzebù pose la domanda senza nemmeno alzare gli occhi dal giornale che teneva tra le mani.
-Stando all’ultima lettera di Aziraphale, così sembrerebbe.
La risposta di Gabriele fu seguita da un sospiro, mentre spalmava una generosa quantità di burro su una fetta di pane tostato con aria assorta.
Belzebù alzò gli occhi al cielo o, per meglio dire, allo spazio.
-Neanche col massimo dei suoi sforzi era mai riuscito a creare tanto scompiglio. Se si fosse impegnato così millenni fa, avrei avuto meno problemi come Signore dell’Inferno.
-Ha il cuore a pezzi, Bubby. Non credo lo stia facendo di proposito.
Suo malgrado, a Belzebù sfuggì un sorriso per lo sciocco nomignolo che Gabriele aveva scelto. Tentò di nasconderlo portando alle labbra la tazza di thè di fronte a sé.
-Fai sembrare Crowley così sentimentale… Non l’avrei mai detto.
Gabriele ridacchiò e allungò una mano da sopra il tavolino per poggiarla su quella di Belzebù.
-Nessuno l’avrebbe mai detto nemmeno di noi, eppure siamo qui.
Belzebù gli rivolse un gran sorriso, che si estese agli occhi scuri come la pece. La calda luce dorata delle stelle attorno creava vivaci giochi di colore sul suo viso e Gabriele si perse a fissarne il riflesso nel suo sguardo. Quando Belzebù riprese a parlare, però, gli parve di scorgervi un velo di paura.
-Anche con il permesso dell’Arcangelo Supremo, è comunque un azzardo tornare. Non voglio rischiare di perderti di nuovo.
Gabriele corrugò le sopracciglia e strinse la presa sulla mano di Belzebù.
-Mentre ero sulla Terra, Crowley ha messo a rischio la propria esistenza per proteggermi. Certamente, lo ha fatto per proteggere Aziraphale in primo luogo, ma gli devo comunque un favore. Anche se temo di essere l’ultima persona che abbia voglia di vedere, ho l’obbligo morale di aiutarlo.
-Quale angelico senso di giustizia…
Belzebù gli rivolse uno sguardo a metà tra l’esasperato e il divertito. In risposta, Gabriele alzò le spalle e diede un morso al toast che poco prima aveva abbandonato sul piattino di ceramica.
-Mi ami anche per questo, dopotutto.
***
L’apparizione di Gabriele fu seguita da un debole scroscio e un tonfo sordo, come di un sasso che cade in una pozza d’acqua. Proprio come due gambe che si ritrovano immerse in un torrente d’acqua fin sotto le ginocchia, in effetti.
Disorientato, l’angelo rinnegato si guardò attorno. Era in un vicolo buio e stretto, circondato da cassonetti stracolmi da cui emanava un fetore insopportabile, che si mischiava all’odore dolciastro di umido e smog. In fondo intravedeva le fioche luci fredde dei lampioni. Alzando lo sguardo, attraverso la nebbia leggera riuscì a cogliere i tetti delle case accanto stagliarsi contro un cielo coperto di nubi grigio intenso, minaccianti pioggia. Secondo i suoi calcoli, l’alba doveva essere vicina, ma neanche un raggio di sole riusciva ad attraversare la fitta coltre.
Doveva trovarsi sicuramente nel quartiere di Soho, a Londra, non poteva essersi sbagliato. Eppure, le strade allagate e la leggera foschia rendevano quel luogo irriconoscibile. Reprimendo un brivido di freddo al movimento delle gambe nell’acqua gelida (“Dannati sensi umani”, pensò), avanzò fino alla strada principale.
Si trovò di fronte ad un incrocio pieno di negozi immerso nella quieta oscurità delle prime ore del mattino. Ad eccezione dei lampioni, l’unica fonte di luce proveniva da piccola finestra in alto a sinistra di un edificio recante l’insegna “Libreria di Mr. A.Z.Fell&Co.”.
Gabriele sorrise: doveva essere Muriel.
Essendo un angelo, dopotutto, non aveva alcun bisogno di dormire e Aziraphale, nell’ultimo resoconto ai due fuggitivi, aveva raccontato con un certo orgoglio che Muriel aveva preso talmente a cuore la gestione della libreria da aver deciso di leggerne tutti i tomi da cima a fondo. Un’impresa notevole, considerando che si trattava della storica e ricca raccolta privata di Aziraphale, contenente persino esemplari provenienti dall’antica Biblioteca di Alessandria, prima che venisse data alle fiamme - un vero peccato, se volete il mio parere.
Tuttavia, Gabriele non si diresse verso la libreria. Belzebù gli aveva detto, conoscendo bene Crowley – e, credetemi, lo conosceva davvero bene, avendo passato insieme una notevole parte dell’eternità come Serafini -, che di sicuro non lo avrebbe trovato lì. Era troppo orgoglioso per questo genere di cose.
Dunque, si voltò e proseguì dritto, verso l’appartamento di Crowley; permettergli di rimanere in quella casa era stato l’ultimo favore chiesto da Belzebù a Shax. Il nuovo Signore dell’Inferno aveva più di un favore da ricambiare e aveva, a malincuore, acconsentito.
“Più per timore dell’ira di Belzebù che per rispetto per la parola data”, pensò Gabriele, divertito.
***
Quando bussò alla porta, non ci fu alcuna risposta.
-Crowley? Sei lì dentro?
Ancora nessuna risposta.
Bussò nuovamente.
Silenzio assoluto.
Attese qualche minuto prima di poggiare cautamente la mano sulla maniglia. Sospinse leggermente la porta con l’altra mano e questa si aprì con un cigolio, senza alcuna resistenza.
Entrò con deliberata lentezza nell’appartamento silenzioso, come se si aspettasse un agguato o qualche miracolo di protezione pronto a respingerlo. Si chiuse la porta alle spalle e attese. Non successe nulla. Con un misto di ansia e curiosità, si guardò attorno.
Si trovava in un piccolo ingresso pieno di piante di svariate forme e dimensioni. Non erano, però, rigogliose come le piante che Gabriele – anzi, Jim – aveva visto Crowley portare nella libreria. Erano quasi tutte chine su sé stesse, con le foglie ingiallite e tarmate. Un piccolo cactus rinsecchito, su una mensola accanto allo specchio, aspettò che Gabriele poggiasse lo sguardo su di lui prima di accasciarsi su un lato con aria teatralmente tragica. D’un tratto, tutte le piante cominciarono a ondeggiare, facendo schioccare i deboli rami nell’aria come fruste, in una danza ripetitiva e ipnotica.
Acqua. Stavano chiedendo acqua.
Un improvviso rumore di vetri infranti proveniente dal salotto interruppe la danza delle piante, che presero a tremare di paura. Gabriele si voltò di scatto e si precipitò nella stanza a fianco.
Di fronte all’enorme finestra che dava sulla strada grigia, Crowley giaceva sdraiato su un divano di pelle scura, in una posizione estremamente scomposta e, all’apparenza, scomoda. Come Londra, anche il suo aspetto era quasi irriconoscibile. I soliti occhiali da sole con la montatura in metallo e un cappello nero a falda larga nascondevano il suo viso nell’ombra. Una folta e lunga barba scura ricadeva sulla camicia nera era aperta sul davanti, che, come i pantaloni scuri, era macchiata da quello che – pensò Gabriele con ribrezzo – sembrava vomito. In mano stringeva una bottiglia di vino mezza vuota e almeno un’altra cinquantina erano sparse a caso per la stanza.
Sulla carta da parati poco distante dalla porta, proprio all’altezza della testa di Gabriele, una macchia di vino rosso rubino dai riflessi violacei colava in grossi rivoli verso il parquet scuro cosparso di vetri rotti. Su ciò che restava dell’etichetta, Gabriele scorse il nome “Gamay”.
Crowley non si voltò a guardalo, né disse nulla.
-È un grande spreco, non trovi?
Di fronte a quel commento, Crowley non si mosse, ma emise un verso stizzito. Si riferiva solo al vino?
-So che non è un buon momento-, iniziò Gabriele, -E so anche di non essere particolarmente gradito-.
“Allora vattene”, avrebbe voluto rispondergli. Avrebbe voluto mandarlo via, lanciargli contro un’altra bottiglia. Ma non lo fece. L’enorme quantità di alcool in corpo, che avrebbe ucciso qualsiasi essere umano, rendeva tutto annebbiato e confuso.
-Mi manda Aziraphale.
Fu un attimo.
Dalla finestra un lampo illuminò a giorno la stanza, seguito a brevissima distanza da un tuono assordante. Crowley scattò a sedere lasciando cadere la bottiglia, il fitto rumore scrosciante della pioggia in sottofondo. Alzandosi, il cappello era scivolato a terra, rivelando una lunga chioma nera, sporca e in disordine. Fu solo allora, alla luce sfuggente del lampo, che Gabriele scorse profonde e recenti cicatrici lungo il viso, all’altezza degli zigomi, parzialmente coperte dalla barba.
“Anche i demoni”, pensò, “piangono Acqua Santa”.
-Ti ha mandato l’Arcangelo Supremo, eh?
La voce di Crowley uscì gracchiante e roca, quasi un verso strozzato. Ebbe una notevole difficoltà ad articolare le parole, la bocca secca e impastata. Da quanto non parlava? Settimane? Mesi? Quanto tempo era passato
-Riferisci, allora, che vada a farsi fottere. All’inferno, se ci riesce.
Un mezzo singhiozzo gli sfuggì dalle labbra e con rabbia violenta scattò in piedi, rovesciando il tavolino di fronte a sé, e avanzò verso la finestra a passo sghembo.
Gabriele era rimasto immobile, impietrito, incapace di muoversi o di proferire anche solo una parola.
-Perchè non ha scelto me?
La sua voce talmente bassa e spezzata da essere quasi inudibile, più una considerazione tra sé e sé che una vera e propria domanda.
-Co-cosa?
-Tu avevi una scelta: Belzebù o il Paradiso. Hai scelto Belzebù, contro ogni senso logico, contro ogni aspettativa, senza pensarci due volte. Lui, invece, ha scelto il Paradiso.
Adesso la sua voce era perfettamente salda, quasi sprezzante. Crowley si voltò a fissarlo con espressione indecifrabile. Sebbene non potesse scorgerne le pupille da serpente, avvertì il suo sguardo indagatore su di sé.
-Perché sei qui? -, chiese seccamente, senza lasciargli il tempo di formulare una risposta alla precedente domanda.
-Io… Ecco, sì… Il tempo… Londra… Un disastro.
Crowley alzò un sopracciglio da dietro le lenti rotonde.
-Non posso aiutarti.
Gabriele sospirò. Di certo non si aspettava la piena collaborazione del demone, ma neanche un totale rifiuto. Cerco si mettere insieme le parole senza lasciar trasparire la sua concitazione.
-È opera tua, Crowley! Mi dispiace per quel che è successo, ma…-
-Oh, ti dispiace?!- La voce di Crowley si era ridotta ad un sibilo velenoso, carico d’ira. Inclinò il capo di lato e continuò con lentezza, come soppesando ogni parola: -Ho formulato male la frase: vedi, pur volendo, mi è impossibile aiutarti.
Nella grigia penombra, Gabriele lo vide sfilarsi gli occhiali. Crowley, a capo chino, avanzò verso di lui, per poi alzare lo sguardo solo una volta che gli si trovò a pochi centimetri di distanza.
Gabriele lanciò un grido spaventato, balzando all’indietro, quasi inciampando nel tappeto all’ingresso.
Non erano i soliti occhi gialli dalle pupille allungate di Crowley a guardarlo dritto in viso. Erano gli occhi castani, decisi e ribollenti di rabbia dell’angelo che era stato un tempo. Per un attimo, Gabriele parve rivederlo di fronte a sé, vestito di bianco, splendente e orgoglioso; lo vide tentare di aprire le grandi ali nere nella speranza di proteggersi; gli parve di udire nuovamente la risata gracchiante, mentre lo spingeva giù dai cancelli del Paradiso. Rivisse nei suoi occhi scuri il Giorno della Caduta.
-No, non è possibile-, mormorò, poggiandosi allo stipite della porta.
Crowley si rimise gli occhiali con un gesto deciso, ridendo tra sé e sé per l’effetto sortito.
-Non sono più un demone, Gabriele. Né un angelo. Non ho più il controllo della mia forza. Non posso aiutarti.
Terminò la frase gettandosi nuovamente sul divano. Trascorse qualche minuto di silenzio, in cui Gabriele si ricompose lentamente, la testa affollata di pensieri. Lo sguardo gli cadde fuori dalla finestra, dove cinque bambini, mano nella mano e zaini in spalla, tentavano disperatamente di farsi strada, controvento, in direzione di una scuola, gli abiti zuppi, i visi arrossati dal freddo.
-Ci deve essere qualcosa che possiamo fare.
-In effetti, c’è qualcosa che puoi fare.
Gabriele spostò lo sguardo sul Crowley, la cui espressione decisa non prometteva nulla di buono.
-Toglimi la memoria. Prendi i miei ricordi e portali altrove. Gettali su Sirio, Proxima Centauri, fanne ciò che vuoi. Non mi interessa.
-Diamine, non posso farlo, Crowley! -, lo sguardo di Gabriele era orripilato, -Tu non capisci cosa significhi, cosa mi stai chiedendo...
Un sorriso amaro si tinse sul viso di Crowley.
-Sì che l'ho capito. Io l'ho capito assai meglio di te. Vedi, tu hai avuto ciò che desideravi.
La sua voce era pungente, ma non carica di rabbia come prima. Il suo tono nascondeva un sentimento che Gabriele non avrebbe mai immaginato Crowley potesse provare per qualcuno, figurarsi per sé stesso: pietà.
-Me lo devi, Gabriele.
Gabriele si sentì pervadere da un improvviso e pesante senso di soffocamento e, al contempo, impotenza. Si arrese.
-Lo farò. Se è ciò che desideri davvero, lo farò.
-Ho la tua parola di angelo che distruggerai i miei ricordi?
Dovete sapere, miei fidati lettori, che Gabriele non era avvezzo a dire bugie. Certo, mentire non è nella natura di nessun angelo, ma lui ne era, a dirla tutta, propriamente incapace.
Durante la sua permanenza sulla Terra in un corpo mortale, egli aveva scoperto che le bugie non potevano lasciare le sue labbra senza causargli un indicibile dolore fisico. Crowley lo sapeva bene ed era per questo che lo fissò con particolare insistenza. Per quanto furbo, tuttavia, forse a causa dall’alcool, Crowley aveva sottovalutato un piccolo particolare: essendo stato rinnegato, Gabriele non era più tecnicamente un angelo.
Fu quindi solo con un vago mal di testa che Gabriele rispose:
-Hai la mia parola.
