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SOTTO LA SUPERFICIE

Summary:

Three months have passed since the battle against Adam.
Alastor's wound does not heal, despite this he continues to pretend nothing has happened.

Lucifer reaches him in the radio tower, and offers his help.
Alastor does not trust him without making a proper deal...

Notes:

ENGLISH TRANSLATION:

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Chapter 1: La Ferita

Chapter Text

“Alastor scappa da una conversazione ma non viene lasciato solo…”

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Alastor sorride, non che possa evitarlo. E oggi per la prima volta in tutti i suoi anni di non vita, ringrazia il suo ghigno perenne.

Lucifero siede davanti a lui al bancone del bar e Husker serve all’angelo un altro bicchiere di quella sciocca vodka al melone che pare piacere tanto al re dell’inferno.
Lucifero agita la mano nera dove spicca la fede nuziale e mima gesti di eccessivo apprezzamento verso un attore di cui Alastor non ha colto il nome, il re sta parlando animatamente di teatro e musica, lui li troverebbe argomenti moderatamente interessanti se non si sentisse morire. Letteralmente.
Si alza di scatto perché una fitta al petto quasi gli impedisce di trattenere un gemito di dolore e preferirebbe sgretolarsi sul pavimento dell’hotel che farsi vedere o sentire debole.

Lucifero si zittisce di colpo e lo guarda serio, in questi tre mesi che hanno vissuto a stretto contatto all’interno dell’hotel, Alastor ha imparato che l’involucro di quell’angelo racchiude molta più perspicacia di quanto non appaia a prima vista. Certo è piccolo, allegro per lo più, dai colori tenui (se si escludono le braccia) ma tutto è tranne stupido o disattento. Anzi è fastidiosamente acuto e presta anche troppa attenzione ai dettagli. Normalmente Alastor apprezzerebbe tanto occhio nella gente, ma non in lui. Non in qualcuno che vorrebbe tenere il più possibile all’oscuro di tutto.
«Al? Va tutto bene?» Lucifero posa il bicchiere e si alza dallo sgabello diventando più basso di com’era da seduto.
«Mi è venuto alla mente un impegno che avevo del tutto dimenticato. Devo proprio andare». Si inchina e nonostante questo incombe su Lucifero come un avvoltoio su una carcassa. Anche se è una parola che sull’angelo non sta troppo bene. È più come una gazza che osserva dall’alto un piccolo anello d’oro, leggero e elegante.

Lucifero lo guarda alzando un sopracciglio con scetticismo.
Alastor sorride al meglio delle sue capacità, afferra il suo microfono dal lato del bancone e se ne va lasciando il suo bicchiere di whisky mezzo vuoto.

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Alastor percorre con fatica la strada verso la torre radio, Lucifero lo raggiunge lungo il corridoio zampettando come un coniglio irrequieto.
«Alastor!» Dice alzando appena il tono di voce.
Il demone lo ignora perché il dolore è troppo intenso e tutto quello di cui ha bisogno adesso è sedersi e smettere di soffrire.
Sale le scale della torre, un gradino alla volta sentendo il peso del suo corpo come se fosse centuplicato.
percepisce ancora lo strepitare dei tacchi di quel dannato angelo alle sue spalle, apre la porta d’ingresso e la richiude infilandosi nel suo rifugio senza dare a Lucifero il tempo di dire altro.

La nuova torre radio è più luminosa di quella vecchia. Lucifero è stato tuttavia, molto meticoloso. Ogni cosa che c’era in precedenza è ancora presente e sistemata: l’appendiabiti di Alastor a forma di corna di cervo, il suo mixer con tutte le sue attrezzature, la sua poltrona e persino il suo cuscino con il motivo ad occhi simmetrico lo fissa dal posto d’onore.

Alastor si avvicina alla sua poltrona desiderando come non mai il comfort dello schienale dove potersi abbandonare, il microfono scricchiola sotto il suo peso mentre lo usa come mero bastone da passeggio. Finalmente arriva alla poltrona e si siede, respira affannosamente e dalla sua gola esce un rumore gutturale quasi paludoso.
Non va bene per niente. Si slaccia la giacca e la camicia e osserva le bende che ricoprono la sua pelliccia macchiata di sangue quasi nero. La ferita di Adamo è ancora lì, dopo tre mesi e non solo, è diventata strana, sempre più sconnessa e sgretolata, piena di melma nera e sembra come se la pelle di Alastor si stia ritirando verso l’esterno, gli sembra quasi di intravedere parte delle sue costole. Lo sta consumando?
«Non guarisce…» dice con un gracchio della radio che sottolinea il suo dissenso. Si tocca le bende e una fitta lo colpisce fin dietro la nuca.
La ferita è peggiorata, le sue corna si allungano per la rabbia e l’impotenza e lui respira stridendo come un animale investito da un’auto al bordo della strada, paura e rabbia lo invadono e un alone verde s’innalza dalla sua pelle come un miasma velenoso.

Un suono leggero lo distrae e si volta verso la porta, dev’essere Lucifero.
Lo sente di nuovo, un sommesso toc-toc che arriva da oltre la massiccia superfice in legno della porta della torre radio.
Si riveste velocemente stringendo le bende fino a togliersi il fiato, se non le tiene così teme che i suoi organi possano uscire dallo squarcio come le mele da un sacchetto bucato.
Si alza a fatica, fa male come poche volte da quando Adamo lo ha colpito, forse sta morendo?

Bussano di nuovo con evidente maleducazione. Alastor si avvia verso la porta e prende un grosso respiro che gli brucia la gola prima di spalancare l’uscio.
Davanti a lui, a un’altezza piuttosto infima si trova Lucifero che lo fissa dal basso con fare interrogativo.
«Lucifero». Dice senza lasciarsi scappare un mezzo tono infastidito, che cosa vuole quel maledetto angelo da lui?
«Al. Ehm scusami se invado i tuoi spazi, so che non ti piace, però ti stavo chiamando prima, non mi hai sentito?»
La domanda è evidentemente retorica, è ovvio a entrambi che Alastor ha sentito perfettamente il frastuono provocato da Lucifero, il demone si affretta perché il dolore diventa così insopportabile che sente il suo viso contrarsi e le cuciture della sua faccia cercare di irrompere in modo prepotente, se Lucifero lo vedesse mutare sarebbe un problema convincerlo che è tutto a posto.
Afferra la porta perché deve tenersi da qualche parte, non vuole stramazzare al suolo davanti a lui.

Lucifero sbuffa, «beh io, volevo accertarmi che stessi bene».
Alastor sorride appena, «quanta premura,» canticchia con tutta la poca forza che possiede, «non datevi pena per me, non serve».
Lucifero si affloscia come rassegnato, poi alza lo sguardo che sembra infastidito, come se Alastor non avesse colto qualcosa tra le righe, un messaggio nascosto tra le parole. Ma lui è sinceramente troppo dolorante e provato per capire, poi l’angelo schiocca la lingua e parla con disinvoltura, «posso entrare un attimo?»

Alastor lo guarda con stupore, rabbia e rassegnazione in un turbine di emozioni troppo sconvenienti.
«Ma certo, che maleducato che sono, accomodatevi». Si sposta dalla porta facendo passare Lucifero che zampetta come una capretta con i suoi stivali alti e quei tacchi ridicoli.
L’unica cosa che l’angelo ha aggiunto alla torre radio, perché poi? Sono due poltrone in stoffa pesante, rosso sangue e mogano con delle belle impunture elaborate, Alastor non le ha disintegrate solo perché le trova sinceramente di suo gusto.
In mezzo alle due poltrone c’è un modesto tavolino tondo in legno scuro, sotto le due poltrone Lucifero ha pensato di infilarci un tappeto di quelli folti, nero come la notte e morbido. Attutisce i tacchi dei suoi stivali e l’angelo si siede sulla poltrona di destra.
«Siediti Alastor». Dice lapidario.
Sembra un ordine e lui lo esegue senza riflettere come se si sentisse in dovere di farlo.

Lucifero è… annoiato? Il suo volto con gli occhi giudicanti e le sopracciglia alzate sembra dire ad Alastor di fare ammenda. Ma non c’è nulla che venga in mente al demone della radio, o meglio la lista dei suoi peccati è così vasta che ci vorrebbero giorni per parlarne. Ma è sicuro di aver fatto anche cose buone nella sua vita e nella sua morte, di riflesso, è vero, ma uccidere un paio di persone che se lo meritavano aveva garantito la felicità e la libertà di diverse vittime di violenza. Alastor si sente fiero di quello che ha fatto. Che ci abbia provato gusto è un altro discorso.

La bocca di Lucifero di distorce in una smorfia di disapprovazione, «la smettiamo con questa scenata, non pensi sia ora di dirlo?»

Alastor si irrigidisce e valuta: dire cosa? Del patto con Charlie? No perché se Lucifero lo sapesse, lo avrebbe già sgretolato in pezzi e fatto sparire.
Di cosa parla?
«Non capisco». Riesce a dire sentendo la sua stessa voce vagamente rotta dal dolore che sente al petto.

Lucifero sbuffa in maniera eccessivamente evidente, «senti, mi piaci, sei brillante e intelligente. Macabro e inquietante forse, ma siamo all’inferno per cui ci si accontenta. Parlare con te è stimolante e interessante e mi dispiacerebbe perdere un conversatore così divertente».
Alastor incassa con disprezzo i complimenti di Lucifero, che trova vuoti e falsi come quelli che dispensa lui prima di chiedere qualcosa di molto più interessante come ricompensa per i suoi sforzi. Si alza dalla sedia irritato dall’eccessivo prolungarsi del misterioso motivo di visita di Lucifero e si spolvera la giacca toccandosi il meno possibile il petto. «Non capisco di cosa parlate. Ora, ho da fare, se volete scusarmi…»
Mentre parla Lucifero si alza a sua volta e si avvicina accorciando paurosamente le distanze tra loro, «parlo di questa…» il dito annerito della mano destra dell’angelo gli tocca la ferita, appena un accenno, un flebile contatto ma è sufficiente.

Alastor crolla e barcolla in avanti appoggiando le mani sulle spalle minute di Lucifero, lo afferra e lo stringe infilando gli artigli nei suoi vestiti immacolati e del sangue nero gli esce dai lati della bocca. Dura poco, un secondo appena ma è sufficiente per far sentire Alastor troppo esposto. Troppo dolorante. Troppo incapace di agire.

Lucifero lo sorregge con una forza che non sembra appartenere ad un corpo così minuto.
«Alastor?! Oddio mi dispiace tanto! Non credevo ti facesse così male! Volevo solo… non so nemmeno cosa volevo. Scusami!!»
Alastor capisce sempre di più da chi Charlotte ha preso il suo eccessivo modo di esprimersi. Lo spinge con garbo allontanandolo e sorreggendosi appena da solo.

«So che stai male». Lucifero parla prima che Alastor possa alzare lo sguardo per vedere la sua espressione. Lo immagina divertito, pronto a deriderlo per la sua stupidità e la sua debolezza. Chi affronterebbe un angelo senza le armi angeliche? Solo uno stolto o uno che non può evitare di farlo.

Alza lo sguardo pronto a contrattaccare ma quello che vede negli occhi luminosi d’oro di Lucifero è dolore. Dispiacere, rimorso? Alastor è troppo confuso per dirlo.

«Posso aiutarti. Lasciami ripagare il mio debito».
«Debito?» La voce di Alastor trema e lui si maledice per il tono sommesso che sta usando.
«Hai aiutato mia figlia, tenuto al sicuro l’hotel mentre io…» Lucifero si blocca e spalanca gli occhi come se stesse trattenendo qualcosa in fondo alla gola, «mentre non c’ero». Finisce con disinvoltura.
«Che significa?» Alastor sonda il terreno, nessuno fa niente per niente all’inferno.
«Voglio guarirti, Alastor. Posso farlo. Lasciamelo fare per ripagarti del tuo aiuto».

c’è quiete, solo lo statico della radio di Alastor invade la silenziosa stanza illuminata dal rosso del cielo esterno.
«Sapevate che ero ferito?» Alastor chiede con un misto di rabbia e curiosità.
Lucifero distoglie lo sguardo, «Sì, lo sapevo».

Alastor emette un verso di indignazione, «quindi ora mi merito la vostra grazia, altezza?»
Lucifero sbuffa sorridendo mesto, «Sapevo che saremmo arrivati a questo, non sei uno facile».
Poi si siede di nuovo e si gratta il mento come a cercare di riordinare i pensieri, «prima di tutto, non mi piacevi». Alastor nota con interesse l’utilizzo del verbo al passato, «sei sempre stato un po’ troppo sinistro e inquietante, ma ho capito come prenderti e devo ammettere che non sei male. Ho capito perché piaci a mia figlia».

Alastor resta impassibile, non si siede anche se vorrebbe per mantenere (spera) in lucifero una sensazione di disagio.
L’angelo lo guarda di sfuggita con vago imbarazzo, «so che mi sono comportato male. Ma non volevo aiutarti senza capire. Sei potente, spaventoso e bugiardo. Non potevo fidarmi così su due piedi».

Alastor ride internamente perché da quello che Lucifero sta dicendo, pare che ora abbia deciso di fidarsi di lui, del demone della radio. Forse anche l’ingenuità di Charlie proviene dallo stesso posto della sua eccessività nell’esprimersi.

Lucifero lo fissa in attesa di una sentenza, pare. Come si fissa il boia dopo una dichiarazione di colpevolezza.
«Cosa è cambiato?» Alastor è genuinamente curioso, cosa in Lucifero lo ha spinto a decidere di aiutarlo?

«Stai morendo».

La sentenza rintocca nella mente di Alastor come una vecchia pendola in una buia soffitta. Lui cerca di mascherare il disagio ma è troppo dolorante, sta sudando freddo e fa di tutto per non crollare a terra e sente la radio fare suoni sempre meno regolari.
«Lasciati aiutare». La voce di Lucifero è leggera e gentile. Alastor vorrebbe vomitare.

«In cambio di cosa?» Chiede con finto disinteresse, l’idea di morire non lo affascina nemmeno un po’ ma non dirà di si senza parlarne in modo adeguato.
Lucifero sgrana gli occhi come preso alla sprovvista da un pugnale al petto, «di niente. Sei sordo? Mi hai aiutato. Sto ripagando un debito».

«Tecnicamente,» sottolinea Alastor alzando un dito tremante, «hai fatto più di quanto dovevi: hai rimesso a posto tutto, ricostruito ogni stanza e combattuto la battaglia contro Adamo. Non ci sono debiti, qui si fanno solo patti. Cosa vuoi in cambio della mia vita?»
«Non esiste la gentilezza nel tuo mondo?» Chiede Lucifero afflosciando le spalle.
«Siamo all’inferno». Alastor apre goffamente le braccia sopprimendo uno spasmo di dolore, «non siamo gentili».


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«Okay come vuoi». Lucifero si alza di nuovo dalla poltrona e si avvicina ad Alastor che vorrebbe sedersi più di ogni altra cosa al mondo.
«Dimmi cosa puoi offrire e vediamo di fare un patto se proprio dobbiamo. Prima che stramazzi al suolo però».

Alastor valuta le opzioni, non ha nulla di valore da offrire al re dell’inferno, nemmeno la sua anima che si trova tra le dita affusolate di qualcun altro. Ed è comunque certo che a Lucifero non interesserebbe averla.
«Non ho molto che possa interessarvi, temo». Ammette poi afflosciandosi verso il lato destro dove la ferita che gli solca il fianco inizia a fargli più male del solito. Sente chiaramente i vestiti umidi di sangue e melma e vorrebbe solo lavarsi per l’orrore e il disgusto che prova a sentirsi così lurido e malconcio.

«Sai cucinare?»

Alastor fissa Lucifero con sgomento, «che?» chiede balbettando come un idiota.
«Ti ho chiesto se sai cucinare».
«Sì, certo».
«Sei bravo?»
«Non spetta a me dirlo, ma nessuno si è mai lamentato».
Lucifero ride appena, «beh dubito che qualcuno ti direbbe se cucini di merda, Al».

Alastor si offende, nessuno lo direbbe per paura? Cosa ne sa lui del suo rapporto con Rosie? Lei lo direbbe senza remore e lo aiuterebbe a migliorarsi! Inoltre Lucifero ha preso il tremendo vizio di chiamarlo con quello stupido nome abbreviato che lo irrita da morire.
«Facciamo così allora: io ti salvo la vita e in cambio tu mi prepari da mangiare».
Alastor lo fissa assottigliando le palpebre, «Quando?»
«Quando te lo chiedo».
«Per quanto?»
Lucifero di pensa reggendosi il mento con la mano che porta la fede, «un mese. La tua vita vale un mese di cucina?»

Alastor è sinceramente sorpreso per l’eccessivo vantaggio che trarrà da un simile accordo, deve solo chiarire un paio di postille perché è un tipo minuzioso.
«Va bene. Un mese di cucina, non più di un pasto al giorno però, e non più di tre giorni a settimana».
Lucifero fa a mente dei conti e poi alza le spalle, «Okay».

Alastor allunga la mano e Lucifero la afferra.
Da loro si innalzano i colori di un patto che si stringe, il verde luminoso e psichedelico si fonde con un oro tenue e elegante i loro corpi mutano per un attimo e per Alastor è troppo.
Ricade in avanti e vede un attimo il mondo diventare sfocato e indistinto, la voce di Lucifero gli arriva come se Alastor avesse la testa immersa in un secchio d’acqua.
Ha caldo e freddo insieme e l’ultima cosa che vede sono gli occhi dorati dell’angelo che lo fissa con preoccupazione…