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Italiano
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Published:
2025-06-20
Updated:
2025-06-20
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Comu si fusse ‘na magarìa

Summary:

Montalbano si fermò di colpo, comu se 'na fucilata muta ci avissi tagliatu 'u fiatu. Restò a fissare Mimì, senza dire una parola. Chiuse gli occhi e si portò due dita sulla radice del naso, come a fermare un pensiero che faceva troppo rumore.

U sapìa. A camurrìa sempri a na cantunera s’appiatta.

E parrìa ca ‘n jornu comu chistu, tutta d’anguli fussi fatta ‘a strata.

Respirò piano, ma non bastò.

Mimì, pace e tranquillità. E inveci, t’a pigghi ’nto culu, Montalbano.

Poi, riaprì gli occhi e, con voce bassa ma tesa come una corda tirata, disse: «Spero ci sia una spiegazione. E macari valida».

Notes:

Un paio di premesse dovute prima di iniziare.

Per il siciliano, spero che il maestro potrà perdonarmi, è stato fatto un lavoro completamente ad orecchio e fantasia. Ho provato ad ispirarmi al dialetto vigatese, inventato da Camilleri. Ci sono riuscita? Assolutamente no, anzi. È pieno di stralci e parole inventate. Chiedo scusa a chiunque vorrà andare avanti.

L’attinenza al reale è piuttosto naïve: la storia tra Salvo e Mimì non viene intaccata da quello che probabilmente era il contesto storico e sociale dell’epoca, dove le relazioni omosessuali non erano sicuramente viste di buon occhio. Si richiede una bella sospensione dell’incredulità.

Stesso discorso vale per la burocrazia. Non sono questi i procedimenti, ma avevo bisogno che i protagonisti si trovassero bloccati in una situazione senza poterne uscire facilmente.

È un racconto che parte da un grande what if e spero che i personaggi non siano troppo ooc.

Detto questo, mi auguro possiate godervi questo piccolo sogno leggero e vagabondo.

Bona liggìuta, gioie mie.

Chapter 1: Capitolo 1

Chapter Text

 

 

 

Il caldo del tardo pomeriggio si incollava al parabrezza come uno strato di miele troppo denso. La macchina d’ordinanza tossiva piano, affrontando la salita verso il commissariato con la dignità stanca di chi è arrivato alla fine dei suoi giorni.

Montalbano sedeva sul sedile del passeggero, il braccio poggiato sul finestrino aperto e il viso rivolto fuori, a farsi spettinare dal vento. Non aveva fretta. Il caso era finalmente archiviato, il rapporto sarebbe arrivato sulla scrivania del questore in tempo utile. Ora, nella sua testa, libera da cataferi e ammazzatine, si facevano strada odori, colori e una fame che diventava sempre più insistente.

Il pensiero della pasta 'ncasciata si insinuò tra le pieghe della sua mente con la delicatezza di una memoria infantile. Ne vedeva i rigatoni, ben conditi, avvolti nel sugo denso e nel formaggio filante, con le melanzane a cubetti che sbucavano come pepite nere in un tesoro rosso. La superficie dorata e croccante raccontava di forni caldi e mani esperte. Bastava solo immaginare il primo morso, e già sentiva il palato ringraziare.

Non c'era bisogno di parole. U disìu si faceva immaggini, e l’immaggini diventava prumissa.

Poi vennero le sarde a beccaficu. Le vedeva adagiate su un piatto bianco, disposte come piccoli scrigni lucenti. Dentro, il ripieno profumato di uvetta, pinoli, pangrattato, finocchietto selvatico. E n’anticchia di limone, propriu comu ci piacìa a iddu. L’insieme agrodolce gli evocava un equilibrio antico, qualcosa che la lingua riconosce prima ancora della mente. Le foglie d’alloro, verdi, conferivano un senso di solennità, di un piatto preparato per una festa.

L’immaginazione indugiava sulla consistenza, sul contrasto tra il dolce e il salato, sul profumo che avrebbe invaso la cucina, penetrando fino al soggiorno e lì restando, come un odore buono che non si scaccia.

E infine, sua maestà la cassata.

La vedeva con precisione: la glassa bianca e lucida, i canditi disposti come vetrini colorati su una miniatura di cattedrale, il verde del marzapane intenso come quello dei mandorleti in estate. Dentro, il cuore di ricotta e gocce di cioccolato prometteva dolcezza e freschezza, una chiusura perfetta, rotonda, definitiva.

Minchia. Un banchettu l’aspittava. Santa Adelina.

E poi sarebbe arrivata la parte più bella della serata, il momento che Montalbano preferiva.

Sparecchiata la terrazza e lavati i piatti, sarebbe tornato in salotto e avrebbe trovato Mimì già accoccolato sul divano, occhi fissi sul televisore. Lì, sullo schermo, a srotolarsi a ritmo incessante, quella soap opera dal nome ridicolo che Salvo detestava con la stessa passione con cui si detesta l’arsura soffocante d’agosto. Trame inverosimili, drammi esagerati, sguardi languidi e promesse d’amore, e rispettive rotture, ogni cinque minuti. Se gliene fosse fregato meno di quelle serie sarebbe morto.

Eppure, nonostante tutto, si sarebbe seduto vicino a Mimì senza fare una piega – un lamento ogni tanto sì, era pur sempre necessario mantenere una certa dignità - sdraiandosi macari, i piedi sul grembo dell’altro. Perché, in fondo, a contare non era tanto la telenovela, quanto il piccolo spettacolo umano accanto a lui: quelle smorfie che Mimì faceva quando i personaggi prendevano decisioni assurde (Gioia mia, ti pari cosa di maritarti cu chiddu minchione che canuscisti appena dui uri fa?), il modo in cui il suo sguardo si illuminava davanti a colpi di scena ridicoli (Salvu, iu lu sapiva ca chiddu un putiva essiri u patri!), e quella risatina soffocata che spuntava quando la trama raggiungeva l’apice dell’inverosimiglianza (Mii, si chiddu figghiu di bona donna è innocenti, allura iu sugnu parrino).

Montalbano sapeva di essere il pubblico meno convinto del mondo, ma quello spettacolo non sempre silenzioso era la vera fiction che aspettava. Così, armato di pazienza, si sarebbe steso sul divano, pronto a incassare ogni momento di delirio, solo per guardare Mimì godersi la sua serie preferita con quell’entusiasmo contagioso che, alla fine, riusciva a far sorridere anche lui.

Perché vedere Mimì indignato davanti al tradimento di una certa Angela o Angelica o Angelina – ma cu minchia putìa distinguiri chiddi personaggi cu tutti chiddi nomi uguali? – lo divertiva. E gli permetteva di sopportare quelle storie tremendamente melense. Picchì melensi erano, macari si Mimì cuntinuava a diri di no.

Mimì.

Era da quella mattina che non lo vedeva e non lo sentiva. E, anche se non lo avrebbe mai ammesso ad alta voce, iniziava a mancargli. Chi finaccia hai fattu, Montalbano. Manchi mancu dùdici uri senza iddu poi stari? Sorrise, perché mai prima d’ora gli era capitato di sentirsi così con qualcuno.

Così bene, così capito. Così tremendamente se stesso. Trovare Mimì era stato trovarsi, scoprire Mimì era stato scoprirsi. Era stato capire che anche passare una serata a vedere un qualcosa di stucchevole e insulso, qualcosa che in altre circostanze avrebbe deriso o evitato, poteva essere bello.

Se farlo voleva dire farlo con lui.

La frenata brusca di Gallo fu come uno strappo netto che lo riportò violentemente alla realtà, scalzandolo dalle pieghe di quel sogno leggero e vagabondo. Montalbano sbuffò, scuotendo la testa, e con un broncio tutt’altro che ironico rivolse l’occhio severo al suo agente.

«Mii, Gallo, a 'dda corsa du gran premiu stai participannu?»

Gallo, imbarazzato e con un filo di rosso sulle guance, si affrettò a giustificarsi. «Scusassi, commissariu, mi sciddriccò u peddi…»

«E chi si, Catarella? Pi pocu un facìamu na frittata supra u muru du commissariatu».

Sentì il poliziotto accanto a lui spegnere il motore e uscì dall’auto. Il silenzio lo accolse. Non il mutismo della solitudine, ma quello del preambolo, quello che precede l’attimo: come quando in teatro le luci si abbassano e il sipario non è ancora salito. Il silenzio sospeso. Il silenzio che preannuncia un po' di pace. Perché solo di quello aveva bisogno ora. Mimì, pace e tranquillità.

E proprio mentre saliva le scale del commissariato, cullandosi nel pensiero della serata che lo aspettava, con quell’immagine dolce e rassicurante che gli si dipingeva davanti agli occhi, un urlo squarciò improvviso la quiete di quel momento.

Appuntu. Mancu u tempu di pinsallu.

Si voltò verso l’agente che lo seguiva, il sopracciglio aggrottato. «Gallo, che fu?» chiese con tono calmo, ma infastidito.

L’uomo aveva un’espressione sconcertata, quasi confusa. Il suono non solo non accennava a diminuire, anzi, sembrava ingigantirsi, dilatarsi nell’aria, come un ululato inquietante che cresceva di secondo in secondo. «Unno sacciu, commissariu… Pari quasi ‘na sirena» rispose, esitante.

«Na sirena ‘nto commissariatu? Ma chi minchia succedi dda intra?» borbottò, accelerando il passo.

Varcata la soglia, si trovò davanti a una scena che pareva uscita da un altro mondo. Gli agenti, con gli occhi stanchi e carichi di frustrazione, erano raccolti attorno alla fonte di quell’urlo – o sirena? – incessante e disperato. Catarella agitava le braccia come se stesse conducendo una danza sconclusionata, mentre Paternò si teneva la testa tra le mani, sopraffatto dall’agitazione.

Fazio, percependo il suo ingresso, si voltò lentamente e, con voce flebile e quasi implorante, gli sussurrò: «Commissario, finalmente…»

Gli sembrò di trovarsi su un campo di battaglia, con morti e feriti, e pure moribondi: volti scavati dalla stanchezza, corpi piegati dalla fatica, segnati da un peso schiacciante che sembrava gravare non solo sul fisico, ma anche sull’anima. E quel suono, quel lamento straziante, pareva voler prendere il sopravvento su tutto.

Montalbano si ritrovò smarrito, incapace di capire cosa stesse realmente accadendo. Allora, con tutta la forza che riuscì a raccogliere, urlò, cercando di sovrastare quell’inferno acustico: «OOOH, MA CU MINCHIA È TUTTU CHISTU BURDELLO?»

E fu proprio nell’attimo in cui pronunciò l’ultima parola che accaddero tre cose, tutte insieme.

Prima, il gruppo di agenti sussultò come un corpo unico e si sciolse, lasciando libero il centro del cerchio che avevano formato.

Poi, con un misto di stupore e sollievo, Salvo vide apparire Mimì. Sudato, con i capelli arruffati e quell’aria affaticata che per lui era un dolce tormento. La cravatta era stata tolta, i primi bottoni della camicia sbottonati, come a voler respirare dopo una lunga apnea.

Ma soprattutto, e per questo ringraziò ogni santo di cui a malapena ricordava il nome, quell’ululato assordante era cessato.

«Salvo. Arrivasti, finalmenti». Poteva sentire il sollievo nella voce del suo vice.

Ma c’era qualcosa di strano, qualcosa che gli occhi non avevano ancora messo a fuoco, ma che lo stomaco già sentiva. Un dettaglio fuori posto, un peso nel modo in cui Mimì avanzava.

Poi lo vide. La camicia per metà fuori dai pantaloni, un fazzoletto a tamponarsi la fronte.

E in braccio, una bambina.

Due grandi occhi verdi, lucidi e curiosi, si erano posati su di lui, brillando di una luce divertita.

«Un ci pozzu crìriri...» mormorò Fazio, afflosciandosi esausto su una sedia.

«Non solo non piange più» disse Paternò con tono mistico, «ma guarda comu ci sorridi».

«U Signuruzzu nni fici a grazia», esclamò Catarella, facendosi il segno della croce con teatralità devota e gli occhi rivolti al soffitto come se si aspettasse una conferma dall’alto.

Nell’istante stesso in cui aveva sentito la voce del commissario, infatti, la piccola aveva improvvisamente smesso di piangere. Come se gli occhi, le orecchie e perfino il naso avessero riconosciuto qualcosa in lui. Le manine si alzarono nell’aria tremolante, protese verso di lui con inaspettata dolcezza.

Montalbano si fermò di colpo, comu se 'na fucilata muta ci avissi tagliatu 'u fiatu. Restò a fissare Mimì, senza dire una parola. Chiuse gli occhi e si portò due dita sulla radice del naso, come a fermare un pensiero che faceva troppo rumore.

U sapìa. A camurrìa sempri a na cantunera s’appiatta.

E parrìa ca ‘n jornu comu chistu, tutta d’anguli fussi fatta ‘a strata.

Respirò piano, ma non bastò.

Mimì, pace e tranquillità. E inveci, t’a pigghi ’nto culu, Montalbano.

Poi, riaprì gli occhi e, con voce bassa ma tesa come una corda tirata, disse: «Spero ci sia una spiegazione. E macari valida».

Mimì accennò un mezzo sorriso amaro, con l’espressione di chi sa di dover dare una notizia sgradita. Si sedette su una sedia, tenendo ancora la bambina stretta tra le braccia, come se fosse sua.

«L’abbiamo trovata poche ore fa, Salvo. Abbandonata darrè ‘u mercato, in una cassetta di legno, di quelle per la frutta. Coperta alla meglio, un vestitino semplice. Piangeva comu 'na sirena scassata. Qualcuno ha chiamato, siamo arrivati io e Fazio. Era lì, chissà da quanto tempo. L’abbiamo portata qui, nell’attesa di capire…»

Montalbano strinse i pugni. «E la prassi? I servizi sociali? L’ospedale?»

«Avvisati tutti. È pure venuto prima un medico a visitarla. Ma lo sai com’è… è tardi, i turni sono finiti, linee occupate, moduli, trafile. Ci hanno detto di tenerla al commissariato finché non arrivano quelli dei servizi sociali da Montelusa. Ma non ce la fa, Salvo. Piange da ore. Non si calma con nessuno. Poi sei arrivato tu… U miraculu facisti e si è zittita. L’hai vista».

Silenzio.

«E quindi?»

Mimì abbassò lo sguardo, come se cercasse sul pavimento una risposta che potesse andar bene. Ma non disse nulla. Montalbano capì. E seppe che quello che stava per sentirsi dire non gli sarebbe piaciuto affatto.

Si voltò lentamente, con lo sguardo duro. Vide Fazio, Gallo e gli altri fermi, immobili, che lo fissavano in silenzio, come in attesa di una sentenza.

«Ammunì, picciotti. Trasìti a travagghiari. U teatrinu è finitu».

La voce era bassa, ma secca, decisa. Li congedò con il tono di chi non ammette replica. Poi tornò a guardare Mimì, e con un cenno della testa lo invitò a seguirlo nel suo ufficio.

Gli tenne aperta la porta e, proprio mentre questo passava, approfittando della vicinanza con Salvo, la bambina, come attirata da una forza misteriosa, allungò le manine verso di lui, cercando invano di raggiungerlo.

Salvo richiuse la porta dietro di sé e si voltò verso l’altro.

Mimì scrollò le spalle, con un mezzo sorriso stanco ma divertito. «Beh… non credevo che una cosuccia così piccola potesse avere così tanto fiato. Sembrava quasi di stare in un mercato rionale» disse, scuotendo la testa mentre la bambina continuava a muoversi un po’ tra le sue braccia, emettendo piccoli suoni confusi. «La cantanti d'opira avissi a fari…» aggiunse, cercando di alleggerire la tensione nella stanza.

Poi lanciò uno sguardo a Salvo, che nel frattempo lo fissava con un’espressione piuttosto esasperata, ancora in attesa di una risposta alla sua domanda. Mimì si accorse di quel silenzio troppo lungo e fece una smorfia, come a dire sì, lo so, devo rispondere, ma non si affrettò.

Salvo sbuffò, senza staccare gli occhi da lui. «E quindi, Mimì?»

«E quindi… pensavo… che magari non sarebbe poi una così cattiva idea se… insomma, se la portassimo a casa con noi. Solo per stanotte», si affrettò ad aggiungere. «Dorme, si calma e domattina la prendono quelli dei servizi sociali. Una notte sola».

Montalbano aggrottò la fronte, guardò la picciridda, poi Mimì.

«Ma che ti sei completamente amminchiato? Noi non siamo attrezzati per tenere una bambina. Non abbiamo nemmeno una culla».

«E che ci vuole? Prendiamo una coperta e la mettiamo in un cesto. Ti ricordi il cesto di arance? Quello che usi per i polpi?»

«Mimì, Mimì. Non è questo il punto. Non sono una balia. Io... non ho il carattere. E poi lo sai che questo non è il procedimento».

«Toh, 'u scrupolusu cumissariu Montalbano ca segui diliggentementi li règuli».

«Vuoi babbiare?»

«Non mi permetterei mai».

Quel siparietto era ormai cosa loro, dal caso di Elena Briguccio. La signora Elena Briguccio. Appellativo che era costato a Salvo un bel rimprovero. E in quello scambio di battute, in quella quotidianità, il commissario ritrovò un po’ di terra sotto ai piedi.

La piccoletta continuava a osservarlo divertita.

Mimì gli sorrise. «Ce l’hai, Salvo. Il carattere. Ce l’hai sempre avuto. Dai, guarda come ti guarda. Non ti pare che si fidi?»

«I bambini si fidano di chiunque non li faccia piangere».

«Appunto. E lei ha smesso di piangere solo con te. Manchi cu mia, Salvu. Io, che la tengo in braccio da ore. E tu lo sai che con i bambini ci so fare». Accennò un sorriso malizioso. «E idda puru fimmina è».

Montalbano sospirò, incrociò le braccia.

«È un’incoscienza, Mimì».

«È un atto d’umanità».

«È un casino».

«È una notte».

Mimì, pace e tranquillità.

Silenzio. Gli occhi della bimba, fissi su di lui. Manine tese, in attesa. Un sorriso piccolo, appena accennato, quasi di riconoscimento. Come se lui fosse sempre stato lì. Come se lo stesse aspettando.

«Non ti stai innamorando di lei, vero?» disse Mimì, con un sorriso storto.

«Non è questo il punto» ripeté Salvo, senza più la consueta durezza nella voce.

«E qual è, allora?» incalzò Mimì, cullando piano la piccola, che ora giocava con una piega della sua camicia, senza però mai smettere di fissare il commissario. «Che hai paura di affezionarti?» sussurrò, canzonandolo.

Montalbano lo fulminò con lo sguardo. «Non cominciare con la psicologia spicciola. La questione pratica è. Domattina mi tocca interrogare quel tizio della cosca Sanfilippo. E poi l’incontro col questore. Ti pare il momento di mettersi a fare il baby-sitter?»

«Ma non lo farai da solo. Ci sono anch’io con te. Una notte, Salvo. Una sola. Le prepariamo qualcosa da mangiare, la mettiamo a dormire, e domattina ce la portano via. Fine».

«Non è una gatta da sfamare e lasciare fuori casa, Mimì. È una creatura di sei mesi».

«Lo so bene. Per questo lo chiedo a te. Perché non ti ho mai visto girarti dall’altra parte».

Montalbano si voltò, camminò nervoso verso la finestra. La sera stava calando sulla strada, le luci arancioni dei lampioni iniziavano a disegnare ombre sul marciapiede. Fece per parlare, poi si morse il labbro. Si girò.

«E se si affeziona?»

«A chi?»

«A me. A te. A noi. È una bambina, Mimì. Magari domani ci strilla dietro mentre la caricano in macchina. Magari piange per giorni».

Mimì abbassò lo sguardo. «Magari. Ma almeno stanotte dorme al caldo. Stanotte si sente al sicuro».

Silenzio. Poi la voce, ferma, di Montalbano: «E se invece ci siamo infilati in un casino più grosso di noi? Se non è un abbandono qualunque?»

Mimì annuì lentamente. «L’ho pensato macari io. Troppo silenzio intorno a lei. Niente segnalazioni di scomparsa. Nessun testimone. Tutta quella gente al mercato e guarda caso nessuno ha visto niente. Solo una neonata comparsa dal nulla. Ma proprio per questo non possiamo metterla in un letto freddo da caserma, con estranei».

Si strofinò il viso con la mano libera, cercando di raccogliere i pensieri.

«E poi, com’era? “Non sono i casini che sono più grossi di noi”» recitò, imitando la voce di Salvo. «“Siamo noi che ci sentiamo sempre troppo piccoli rispetto ai casini che dobbiamo affrontare”».

Un mezzo sorriso stirò il volto strinto del commissario. «Ammunì, finiscila».

Mimì fece un passo in avanti. «Hai ragione, forse ho leggermente parafrasato». Un altro passo. «Avrei dovuto prendere appunti come Fazio». Un altro. «Ma a mia nun mi piaciunu tutti chiddi pizzini ca giranu».

Erano occhi negli occhi. Solo loro due. Il resto del mondo dissolto in un istante sospeso. E Salvo si concesse un secondo, appena uno, ma fu abbastanza per smarrirsi nel calore di quel marrone profondo, come un sorso di caffè scuro in una mattina d’inverno. C’era qualcosa di silenziosamente familiare, un rifugio nascosto appena dietro il battito quieto di quelle ciglia. Un luogo in cui fermarsi a respirare, dove non servivano parole.

La bimba, come se avesse colto l’attimo, allungò di nuovo le manine verso Salvo. Un piccolo gemito – non pianto, solo una richiesta.

Montalbano la guardò. Poi guardò le sue mani. Poi Mimì.

«Come si chiama?»

«Non lo sappiamo. Nessun documento, nessun biglietto. L’ho chiamata 'Picciridda', per ora».

«Originale...» sbuffò Salvo, ma si avvicinò.

La piccola agitò le braccia, felice. Quando Montalbano le si fece più vicino, emise un suono che sembrava una risata. Allungò le dita, gli afferrò il colletto della camicia.

Mimì sorrise. «Vedi? È destino».

«Ma che destino e destino. Iu 'nta 'stu distinu un ci criru. E tu 'u sai bonu comu a mia».

«Nemmeno io, lo sai. Ma credo nei segni. E questa... è una botta in testa, non un segnale sottile».

Mimì.

Il commissario sbuffò ancora, ma stavolta era un mezzo sorriso. Poi, con un gesto lento, prese la bambina in braccio. Lei si adagiò sul suo petto con la tranquillità di chi lo ha sempre fatto.

Montalbano rimase immobile, rigido, come se gli avessero messo tra le mani una bomba. Ma quella, la bomba, si era abbandonata su di lui come se fosse il posto più sicuro del mondo.

Salvo non sapeva esattamente come fosse successo. Un attimo prima era in piedi, le braccia incrociate, lo sguardo severo rivolto verso quel piccolo essere umano che aveva urlato con la forza di un megafono. Un attimo dopo, la teneva tra le braccia.

Sei mesi di vita e un paio d’occhi verdi che sembravano scavargli dentro.

E lui sentì.

Pace.

Sentì il calore del suo corpo minuscolo, la fragilità che non chiedeva niente se non di essere tenuta stretta. Sentì le sue dita – piccole, calde, impacciate – che afferravano la stoffa della sua camicia. Non con forza, no. Ma qualcosa di più. Fiducia.

E sentì qualcos’altro.

Un nodo che si scioglieva lentamente, al centro del petto. Un peso che non sapeva di portarsi dietro da anni, forse da quando aveva smesso di credere che ci fosse qualcosa di tenero anche per lui, nella vita. Non tenerezza per gli altri, quella la dava sempre, nei modi storti e ruvidi che conosceva, ma per sé.

E tranquillità.

La piccola si accoccolò contro di lui e chiuse gli occhi.

Il cuore di Montalbano batté più piano, come per non disturbarla. E mentre la stringeva con delicatezza, senza sapere ancora bene come si facesse, ma seguendo solo il suo istinto, capì che non aveva mai tenuto nulla tra le braccia che gli pesasse così poco e che, in un modo strano e imprevisto, significasse così tanto.

Le lacrime non vennero. Non era tipo. Ma qualcosa lì, nella gola, gli graffiava come sabbia.

«Ma che minchia mi stai facendo, picciridda…» sussurrò piano, con la voce rotta.

E per la prima volta da anni, si sentì nudo. Ma non indifeso.

Mimì non disse nulla. Non poteva, non quella volta. Certe cose, certi silenzi, non si toccano.

Lo aveva capito subito, da quando la bambina aveva smesso di piangere e aveva incollato i suoi occhi grandi e curiosi su Salvo, come cercando risposte che solo lui poteva dare. Qualcosa era successo, qualcosa di importante.

«Ma chi ci fai tu a li fimmini?» scherzò Augello con voce calda, quasi carezzevole, accostandosi lentamente e sfiorando con delicatezza i piedini minuscoli della piccola.

Salvo sollevò lo sguardo, fissandolo con occhi che ridevano nonostante le parole. «Non riesci proprio a non fare il cretino, eh? Minchione sei e minchione rimani». Ma il leggero sorriso sulle labbra tradiva il calore che provava

Mimì, senza fretta, posò l’altra mano sul viso di Salvo, carezzandolo con dolcezza. Le dita sfiorarono la barba ispida, come a voler trattenere quel momento, poi raccolsero un ricciolo ribelle e lo sistemarono dietro l’orecchio con un gesto affettuoso. «Dai, Salvo, solo per una notte. Solo questa volta.» La voce di Mimì era più morbida, quasi una preghiera sottile.

Montalbano tornò a guardare la bambina. Non aveva mai smesso di fissarlo, con quegli occhi profondi e limpidi, e quando incontrarono i suoi, emise un piccolo gorgoglio, un suono buffo e leggero che sembrava una piccola risata.

Mimì scoppiò a ridere. «E poi, scusa, per una volta che qualcuno ti trova simpatico, direi che conviene approfittarne».

Salvo alzò un sopracciglio, il volto che si contraeva in quel suo solito modo fintamente offeso. «Perché scusa, tu non mi trovi simpatico?» disse, come sfidando Mimì. Ecco che tornava il lato permaloso del suo commissario.

«Simpatico e scorbutico» rispose lui senza esitare, il sorriso che si allargava.

«Quante volte te lo devo ripetere, Mimì? Iu un sugnu scurbuticu». La lingua siciliana riaffiorava, piena di orgoglio e di quel carattere indomito che Augello conosceva bene.

Il silenzio si posò tra i due come una tregua temporanea, rotto solo dal brusio lontano della città che lentamente si preparava alla sera. Salvo guardò il cielo che si intravedeva dalla finestra, ormai tinteggiato di violetto.

Non gli piacevano i cambiamenti, soprattutto quelli improvvisi. Ma sembrava che quella sera non ci fossero alternative.

Mimì, pace e tranquillità.

Il primo lo avrebbe avuto. Toccava capire se avrebbe avuto fortuna anche col resto.

«D'accordo» sospirò Montalbano, con una resa che però non suonava affatto come una sconfitta. «Una notte. E solo perché, vista l’ora e a vogghia ‘i travagghiari, sicuro i servizi sociali non si faranno vedere prima di domani mattina».

Mimì annuì, il peso che si sollevava dalle spalle. «Grazie, Salvo».

«Una notte, Mimì. Solo una».

«Una» ripeté lui, ma la sua voce tradiva una speranza segreta, quella che forse quella notte si sarebbe dilatata, allungata come un respiro sospeso nel tempo.

E che magari sarebbe durata n’anticchia più a lungo.