Chapter Text
"Ancora ca si’?"
La voce arrivò prima della figura, ma fu lo stissu ‘nu scantu. La testa di Mimì spuntò cu chidda sò solita, irritante leggerezza di darrè l’anta da porta, e Salvo, che era immerso da minuti in un silenzio opprimente, fatto solo du scrusciu di ‘na penna ca sgrattava supra la carta e di musche ca s’ostinavanu a campari nonostante lu càuro, trasìu ‘n sussultu.
"Haju a finiri di firmari quacchi carta," rispose senza nemmeno alzare lo sguardo.
Mimì si appoggiò allo stipite, braccia conserte, occhi vivaci che lo scrutavano da sotto la fronte imperlata di sudore.
“Amunì, Salvo. Sono le sette passate. Non puoi finire domani?”
“Lo so, ma con l’indagine non ho avuto tempo. E devo consegnare tutto entro domani mattina.”
Bugia.
Una delle tante che si era raccontato quel giorno. Una scusa, facile da farsi scivolare tra le labbra, come quelle che un uomo si costruisce a piccoli mattoni quanno non voli tornari a casa. Quando casa, improvvisamente, non è più un rifugio, ma un’eco soffocante.
Mimì avanzò di un passo.
“Però attento che, stanco come sei, rischi di addormentarti ca dintro.”
Salvo alzò finalmente la testa, le pupille lente a trovare il fuoco.
“Stanco?” spiò, come se fosse la prima volta che rifletteva sulla parola.
“Salvo, hai una faccia. Pari ca nun dormi da ‘na simana.”
Il commissario si sfregò gli occhi, poi le tempie. Il respiro gli uscì lungo, quasi esausto anche lui.
“Ah, sì. Forse sarà il caldo.”
Ma non era il caldo. O almeno, non solo. Era ‘na cosa ca ci pesava d’intra, ‘na cosa senza nomu, ca nun si vuliva fari chiamari. Era il silenzio al telefono, le domande senza risposta, l’assenza di lei che in quel giorno diventava ancora più ingombrante. Ma come si può sentire la mancanza di una cosa che non si è mai davvero avuta? Ca mancu sapisti si fu tò veramenti.
Mimì lo guardò di sottecchi. Lo conosceva troppo bene per non percepire che qualcosa non andava.
“Ma non è che niente niente hai litigato con la bella genovese? È da un po’ che non te ne sento parlare. Problemi in paradiso?”
Salvo, pur sfiancato, sollevò un sopracciglio con aria quasi offesa.
“Questo perché io mi so fare i fatti miei. A differenza di qualcuno che i fatti sò non sa neanche cosa siano.”
Una risposta tagliente, meccanica, comu ‘na pistola scarica ca fa sulu clic. La battuta era quella di sempre, ma il tono era diverso. Più fiacco. Mancava la consueta scossa elettrica, chidda rabbia viva che lo animava ogni volta che Livia diventava argomento di conversazione. Mancava l’uomo che fino a pochi giorni prima si sarebbe acceso come benzina.
Mimì se ne accorse. Era come vedere un mobile antico perdere colore sotto il sole.
“Ma se ti riducono così, nun su’ puru fatti mei, o no?” domandò, cu ‘na taliata di chiddi ca ti sfidano.
Di solito, a quel punto, Salvo partiva con la solita litania: chiddu ca fazzu o nun fazzu non t’ha ‘nteressari, di Livia con te non ne devo parlare, lassami stari e pinsa a li to’ facenni, ca già bastanu e avanzanu. E tutto il repertorio che Mimì aveva imparato a memoria, tanto lo sentiva ripetere.
Ma stavolta no.
Stavolta, Salvo sembrava svuotato.
“Tranquillo, Mimì. Come dici tu sarà un po’ di stanchezza. Il caso Scàfogli si è trascinato più del previsto. Sugnu contento che abbiamo messo finalmente un punto, ed è tutto merito tuo.”
Il vicecommissario lo taliò perplesso. La pinsata – quella che aveva portato a smuovere l’indagine – sì, era stata sò. Ma a parte quello, il caso l’aveva risolto interamente Salvo da solo con la sua tipica testardaggine. Quel merito tuo suonava finto, quasi come un congedo anticipato, un passaggio di consegne che nessuno aveva richiesto.
Mimì lo scrutò con maggiore attenzione, come se putissi truvari in una piega della fronte o in un’increspatura dello sguardo l’indizio che risolvesse quel caso tanto complicato che era il commissario Montalbano.
E pensare che, il più delle volte, manco lo stesso Salvo sarebbe stato capace di venirne a capo.
Un rompicapo ambulante. Un labirinto con la forma di uomo.
‘Nta l’occhi tinìa chiddu scuru, chiddu velu mutu, come una malinconia senza nome ca ci ristava appizzata ‘n funnu all’anima. Era possibile che le cose con Livia, in quei giorni, fossero ridotte talmente male da ‘ncupiri ‘n tal manera il commissario, comu si ‘nu stratu ‘spissu di melassa ci fussi colatu supra, tantu forti ca ci piegava li spaddi?
Silenzio.
Poi Mimì si fece più serio, quasi impacciato.
“Salvo, tu lo sai che per qualunque cosa mi puoi parlare. Che Livia è amica mia, ma io sempre dalla parte tua sono.”
Da quando aveva annullato il trasferimento a Genova, ormai più di un anno prima, il commissario era addivintatu ancora cchiù restìu a parrari del rapporto con la propria compagna. Qualcosa, inevitabilmente, s’era scardiatu. Non che prima fosse un grande oratore in materia di sentimenti. Salvo aveva sempre evitato di esporsi, di dare troppo spazio a discorsi che lo mettessero a nudo. Ma ora, se possibile, era ancora più ermetico. Ogni vota che il nome di Livia nescìa fora, un velo calava sul suo volto: rapido, impercettibile per chi non lo conosceva, ma evidente per chi, come Mimì, sapeva leggiri macari i silenzi.
Eppure, a dispetto di quell’opacità, quest’ultimo avìa coltu ‘n’umbra di sollievu in iddu il giorno in cui era tornato in commissariato, ufficialmente deciso a rimanere in Sicilia. Come se quella scrivania, quella casa affacciata sul mare, i volti familiari attorno a lui fossero più di semplici abitudini.
E per un attimo, uno solo, Mimì si era concesso di sperare. Sperare ca non fussi sulu l’attaccamento alla terra natia a trattenerlo. Sperare che ci fosse anche qualcos’altro, quarchicosa di cchiù umanu e meno territoriale, a renderlo incapace di partire.
'Na spiranza ca si era affrettato a ricacciarisi ‘nta lu pettu, ma che, nonostante tutto, continuava a sbattìricci dintra, vascia, in silenziu.
Salvo lo guardò per un istante. Solo un istante. Ma bastò all’amico per capire quanto dolore si nascondesse dietro quel cenno di sorriso che comparve appena.
“Lo so, Mimì. Grazie.”
Poi il silenzio calò di nuovo, fitto come la sera che stava scendendo lentamente su Vigàta.
Nun c’era nenti di fari. Irremovibile nella sua incapacità di chiedere aiuto.
“Allora cerca di dormire stanotte. Altrimenti, col caldo che fa, domani mi stramazzi tra le braccia.”
Come se la cosa ti dispiacesse, Mimì, sussurrò la vocina nella sua testa. Muta, addà a stari, rispose svelto.
Salvo abbozzò un sorriso. Un sorriso stanco, tirato, come se anche quello gli costasse uno sforzo.
“Ci proverò.”
“A domani.”
“A domani, Mimì.”
E quando quest’ultimo fu sparito nel corridoio, Salvo rimase lì. Da solo. Le carte davanti, il ventilatore che girava lento e chidda vuci di fimmina dintra la testa che da giorni non trovava risposta.
Il vicecommissario, intanto, chiusa la porta dietro di sé e recuperati gli effetti personali, si avviò verso l’uscita del commissariato. Erano rimasti solo loro due e il vero cardine dell’ufficio, l’uomo che non lassava mai vacanti il centralino.
Si avvicinò al gabbiotto e fece cenno all’agente, mentre già gli partiva un sorrisetto a metà tra lo sfottò e la confidenza.
“Catare’, ma ancora stai lottannu cu ‘stu computer?” esclamò Mimì, appoggiandosi al bancone col gomito e guardandolo dall’alto in basso, ma senza cattiveria.
Catarella lo taliò cu chiddi occhi spalancati ca parevanu campari ‘nta 'na sospensioni perenna, sempre in attesa di un ordine da eseguire o di un errore da commettere. Un’espressione che oscillava tra l’ingenuità e l’ansia di compiacere.
Ci scappò ‘n menzu surisu, esitanti, incerto se stesse per ricevere una carezza o una sonora lavata di capo.
“Dottori, io ci provo, ma ‘stu diavulu nun mi voli sentiri. Ieri mi fici spariri tuttu ‘u verbale da solo!”
“Sicuro che fu lui e non fosti tu?”
“Io ci ho scritto, comu si dice, cu metodologia e silenziosità. Ma ‘a macchina s’impazzì.”
“Cioè, tu dicisti: verbale, sparisci, e il verbale sparì? Sei addiventatu magu?”
“No, dottori, macari no, però si ci parlo cu pacenzia, a voti mi dà retta. O a voti mi si blocca ‘u sistema oppressivo.”
Mimì si mise a ridere piano, scuotendo la testa. Amava prendere in giro bonariamente il poliziotto, anche perché sapeva che in quel commissariato l’unico che ci capisse davvero qualcosa della parte informatica era proprio iddu.
“Sistema oppressivo... Tu sei l’unicu ca riesci a farsi rispettare dalla tecnologia.”
“Io fazzu ‘u miu, dottori. Cu rispettu e ordinanzia.”
“Sì. E ogni tanto puru cu fantasia.”
E mentre canzonava il povero agente, il suo occhio si posò distrattamente sul calendario appeso alla sua destra. Scorse velocemente i giorni, perché tra il caldo e la stanchezza della sera quasi gli sembrava di aver perso la cognizione del tempo. Si jeri era statu lunidì e n’àutru jeri duminica, vuliva diri ca oggi era…
Minchia.
Un putiva essiri. Un putiva essiri ‘n tali beneamato ‘mbicilli.
“Catarella, scusami. Sai dirmi con esattezza che giorno è oggi?”
“Il 26, dottori. Il 26 di agosto. Preciso ’ntifico.”
Minchia. Doppiamente min–
“Minchia.” Stavolta gli era sfuggito ad alta voce.
Sei un vero cornuto, Mimì. Cornuto e testa di minchia. Come poteva esserselo dimenticato?
E lui che aveva avuto pure la faccia tosta di chiedergli di Livia. Mai ‘na vota ca si faciva i fatti soi, mai. Tutta ‘na manfrina, tuttu chiddu giro di palori ci avìa fatto, e alla fini? Non avìa capito ‘na beneamata, ‘na beneamatissima minchia.
Chissà che cosa doveva aver pensato Salvo.
Ma niente, ecco che aveva pensato. Perché Salvo, quando si trattava del suo dolore, dei suoi casini, diventava di pietra. Si chiudeva a riccio, manco fussi ‘na ostrica ca serra la conchigghia pi prutiggirisi.
E Mimì, questo, lo sapeva bene. Fin troppo bene.
La voce di Catarella, tirata e un po’ tremante, lo strappò ai suoi pensieri. Si riscosse e si trovò davanti gli occhi allarmati dell’agente, puntati addosso e pieni di preoccupazione vera.
“Che succedìa, dottori? Male si sentì?”
“Nenti, mi sono solo dimenticato di fare una cosa. A domani, Catare’.”
Corse fuori, fiondandosi in macchina.
Forse era ancora in tempo, forse ci putìa ancora fare qualcosa.
In fondo, la jurnata ancora nun era firnuta.
