Work Text:
Dal giorno del processo, Charlie era venuto a trovarlo tutte le settimane, senza saltarne neanche una.
Viene a bussare alla sua stanza ogni sabato mattina, alle dieci in punto (di domenica non può perché lavora part-time come cameriere in un ristorante in città).
Certi giorni escono.
Fanno un giro in centro, oppure restano nei paraggi, camminando per i parchi spelacchiati che sorgono attorno alla casa di sua nipote. Il più delle volte passano ore a chiacchierare, fino al pomeriggio o alla sera, quando Charlie deve tornare al college. Il ragazzo gli parla dei suoi problemi, provocati principalmente dall'atteggiamento del preside, che continua a metterlo in difficoltà in ogni occasione possibile.
Charlie sta meglio, però.
I compagni adesso lo tengono in simpatia; lo rispettano, per la sua integrità e il suo secco rifiuto di diventare una spia. Certo, continuano ad essere ricchi sfondati, mentre Charlie resta lo studente povero con la borsa di studio. Per quanto i compagni possano stimarlo, tendono comunque a non dargli troppa corda. Gli sorridono per i corridoi, ma non hanno intenzione di diventare suoi amici. Charlie dice che a lui non importa, che è abituato a stare da solo, ma Frank sa che non gliene avrebbe parlato, se fosse veramente così. Per quello che lo riguarda, è contento che il ragazzo non si mischi a quella gentaglia; ai figli della “gente per bene”, dell'aristocrazia.
Charlie vale molto più di loro.
Ci sono dei giorni in cui Frank non ha voglia di avventurarsi fuori casa.
Sono i giorni brutti, quelli in cui Charlie lo trova con una bottiglia di Jack Daniel's in mano ed è costretto a sopportare il suo pessimo umore.
Nei primi sabati dopo il loro ritorno da New York, Frank lo ha ricoperto di insulti. Ha fatto di tutto per farlo andare via, per permettergli di salvarsi da quel disastro che è, ma il ragazzo ha continuato a ignorarlo, settimana dopo settimana, insulto dopo insulto, con una fermezza da soldato navigato.
(«Vattene via!» «No». «Non capisci che se non te ne vai, ti rovinerò, razza d'idiota?» «Non succederà. Anche se succedesse, non m'importerebbe. Almeno sarei in compagnia».)
Adesso Frank si limita a stare in silenzio, nei sabati così, mentre Charlie si siede accanto a lui, e passa ore senza far nulla, perfettamente immobile, come se temesse che, nell'eventualità in cui si muovesse o leggesse un libro o facesse qualsiasi altra cosa, Frank possa alzarsi e cacciarlo fuori con la forza.
Oggi sarebbe uno di quei giorni, se Charlie, per la prima volta, non deviasse dal loro consueto rituale.
Dopo due o tre ore di quiete insostenibile, il ragazzo decide di spezzare il silenzio:
«Usciamo, colonnello».
Lo afferma perentoriamente, ed è così diverso dal ragazzino impaurito di due mesi fa che Frank non può fare a meno di chiedersi quando sia avvenuto un tale mutamento.
«Vattene pure, se hai voglia di prendere aria. Io resto qui».
«Non esco senza di lei».
«Non è un mio problema».
«Oggi compio diciott'anni».
Una sensazione intensa e sconosciuta gli invade improvvisamente il petto, e Frank è abbastanza sicuro che non sia causata dal whiskey che ha appena bevuto e che sta per mandare di traverso.
Tossisce due o tre volte, battendosi la mano destra sullo sterno e alzando la sinistra con tutto il bicchiere perché Charlie, che ha già iniziato a muoversi, non accorra in suo aiuto.
«Che cazzo ci fai qui, allora? Dovresti trovarti qualche bella donna da scopare».
«Appunto! Ho bisogno del suo aiuto, colonnello».
Frank non può tirarsi indietro, a una richiesta del genere. Il ragazzo sa dove colpirlo, questo è certo. E poi, se è così disperato da festeggiare il suo compleanno con lui, vuol dire che in quella scuola del cazzo non gli è rimasto proprio nessuno. Frank non è un ingrato. Sa cosa Charlie ha fatto per lui, e non lo lascerà da solo in un giorno tanto importante.
Fa segno al ragazzo di prendergli il cappotto e il bastone.
Quando escono fuori, e l'aria di febbraio gli entra in ogni singolo poro della pelle e il profumo dei fiori di gelsomino gli invade le narici, Frank pensa che forse oggi non sta così male come credeva.
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Alla fine, non vanno a caccia di donne.
Charlie insiste perché cenino in un buon ristorante del centro (certo, non è un posto di lusso - il ragazzo non potrebbe permetterselo). Poi si fa in quattro per pagare lui, sia perché l'ultima volta è stato Frank a offrire, sia perché è il suo compleanno. Ecco perché Frank decide di ordinare un bicchiere di vino rosso al posto della bottiglia che gli andrebbe, assieme al piatto di pasta che gli sembra il meno costoso sul menù. Charlie prende dell’acqua, come al solito, e un arrosto di vitello.
Il ragazzo inizia a parlargli delle materie che sta studiando questo semestre, e pian piano la conversazione si sposta da lì ai suoi piani per l’università, ma ben presto Charlie si incupisce, piombando in uno dei suoi silenzi carichi di preoccupazione.
«Che ti prende? Il gatto ti ha mangiato la lingua?»
«No… È solo che… Trask non mi scriverà mai una lettera di raccomandazione per Harvard».
«Non hai bisogno di quel coglione. Troverai un’altra soluzione».
«Non credo che ce ne siano, a meno che non vinca uno o due milioni di dollari alla lotteria».
«Adesso che ci penso… Potrei avere un amico che fa al caso tuo. Il capitano Monroe aveva un fratello abbastanza in alto nel mondo accademico, mi pare. Lascia fare a me, ragazzo».
«Oh, no, colonnello! Ha fatto già tanto per me, non le chiederei mai di-»
«Non me lo stai chiedendo. Non mi costa niente, quindi smettila di frignare. Ti procurerò soltanto un colloquio col fratello di Monroe, poi dovrai essere tu a convincerlo a farti da sponsor. Va bene?»
«Grazie mille. Non so come farò senza di lei».
Già.
Charlie se ne andrà presto dal New England, e lui resterà di nuovo solo.
All’improvviso, l’umore cupo che lo teneva alle strette da quella mattina ritorna ad aggredirlo.
«Sono sicuro che starai benissimo. Adesso dovremmo andare».
«Cosa? Perché?»
«È quasi mezzanotte. Devi tornare a scuola, e io sono stanco».
Detto questo, si alza in piedi ed esce dal locale, ignorando gli «Aspetti! Aspetti un attimo!» di Charlie, che deve ancora saldare il conto, e che finisce col raggiungerlo cinque minuti dopo, col fiatone.
Il ragazzo deve aver temuto che Frank se ne fosse andato.
«Colonnello! Che le è preso, lì dentro?»
«Te l’ho già detto. Sono stanco».
Inizia ad avviarsi in direzione di casa, con Charlie che si affretta per tenere il passo, ma rinuncia a porgli altre domande. Il ragazzo lo accompagna fin dentro il suo appartamento, sebbene avrebbe potuto fermarsi direttamente alla Baird, che sta quattro incroci più su. Insiste ad aprirgli la porta di casa e ad aiutarlo a togliersi il giaccone e la sciarpa, sebbene sia perfettamente in grado di farlo da solo. Frank non sa bene perché non l’abbia fermato prima; perché non si sia rifiutato di farsi pedinare fino a qui.
Sta per dirgli di levarsi di torno, ma Charlie non gliene dà il tempo:
«Avevo intenzione di parlarle di una cosa, ma… Che le è successo, prima? Non mi dica che è stanco. So che non è vero».
«Credi quello che ti pare. Non me ne frega un cazzo. Adesso è meglio che te ne vada».
«Non posso andarmene se sta-»
«Cosa? Hai paura che mi spari in testa? Stai tranquillo, non mi ammazzo per te».
«Che c’entro io? Cosa ho fatto di male?»
«Niente. Vattene!»
Invece che in direzione della porta, Charlie fa un passo verso di lui, alzando la voce:
«Non me ne vado finché non mi dice cosa c’entro io!»
«Ti ho detto che non c’entri niente, testa di cazzo! Vattene a fare in culo ad Harvard!», urla a pieni polmoni, incapace di tenersi ancora quelle parole in corpo, e suona alle sue stesse orecchie come un uomo disperato.
Perché?
Un silenzio gelido riempie il poco spazio rimasto a separarli. Frank è sicuro che adesso il ragazzo se ne andrà, lasciandolo finalmente solo, ma Charlie fa qualcosa che lo sconvolge: lo afferra per il bavero della giacca, strattonandolo verso di lui con una forza che non sapeva che il ragazzo avesse, e lo bacia in modo tale da far capire a Frank che è disperato quanto lui.
Frank agisce istintivamente: gli prende il volto tra le mani e lo spinge con decisione verso il basso, perché assuma una posizione che gli sia più vantaggiosa e che gli permetta di rispondere meglio a quell’assalto. Allora le dita gli finiscono tra i capelli di Charlie, mentre la lingua gli scivola nella sua bocca. Mentre è impegnato a esplorarla a fondo, il ragazzo geme, con un suono che gli va dritto al cazzo.
È come se si risvegliasse, a quel punto, perché sente una rabbia sovrumana montargli dentro. Libera le mani e tira uno spintone così forte a Charlie da farlo quasi ruzzolare sul pavimento. Frank immagina che il ragazzo lo stia fissando con un’espressione atterrita.
«Non ho bisogno della tua pietà!», grida con quanto fiato ha in gola.
«No! Io non-»
«Fuori! Fuori adesso, o giuro che ti ammazzo!»
Charlie deve capire che lo intende veramente, perché qualche secondo dopo Frank sente sbattere la porta dell’appartamento, e la colonia da quattro soldi del ragazzo non inonda più la stanza.
Non sa per quanto tempo resta in piedi in quella posizione, prima di svenire sulla sua poltrona.
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Charlie passa i giorni successivi in una condizione simile a catatonia.
Si sente come se qualcuno gli fosse entrato in corpo e lo avesse prosciugato da qualsiasi sensazione, anche la più banale. Sarebbe completamente svuotato, se non fosse per il dolore sordo che fa da sfondo a ogni sua giornata, simile a un fiume che scorre lento e in cui galleggia ogni suo pensiero, da quando è corso via dall’appartamento del colonnello, quale il codardo che è.
Anche gli insegnanti lo hanno notato, e in due o tre lo hanno persino trattenuto alla fine delle rispettive lezioni per chiedergli se a casa andasse tutto bene. Charlie avrebbe voluto rispondergli che non ha idea di come vadano le cose a casa, e che non gli interessa poi così tanto, ma alla fine li ha rassicurati dicendo che è soltanto un po’ influenzato.
Il peggio è che non riesce neanche a studiare, e ha due test importanti fra appena dieci giorni.
Dopo tre ore passate in biblioteca a fissare le pagine del suo libro di matematica avanzata, decide di arrendersi. Raccoglie i suoi appunti, esce dalla sala e va in cerca di un telefono in qualche angolo appartato. Appena ne trova uno che sia al riparo da orecchie indiscrete, compone il numero di Karen, che gli risponde al quinto squillo.
«Pronto? Sei tu, Charlie?»
«Scusi il disturbo, signora Rossi. Volevo soltanto sapere come sta il colonnello».
«Oh, Charlie! È passata una settimana! Quando tornerai a trovarlo? Te l’ho già detto ieri: è tale e quale a tre mesi fa. Beve una bottiglia di whiskey al giorno, o forse di più… Se i bambini provano ad avvicinarsi al suo appartamento, li scaccia via urlando. Non sopporta neanche il gatto! Non so più cosa fare… Mi ero illusa che questa volta sarebbe stato meglio, e invece siamo punto e daccapo! Puoi dirmi che è successo tra voi due? Qualsiasi cosa sia, sono sicura che potete risolverla! Vieni, Charlie! Se non vuoi farlo per lui, fallo per me!»
«Verrò presto, glielo prometto. Credo che abbiamo entrambi bisogno di prenderci del tempo per riflettere. Lei intanto continui a controllarlo e ad assicurarsi che non faccia pazzie, ok?»
«Cosa intendi per “pazzie”? Dovrei preoccuparmi?»
«Oh, no. Mi riferisco soltanto al whiskey. Non gli fa bene, berne così tanto… Ora devo proprio andare. La richiamo domani. E non dica al colonnello della nostra conversazione! Sa com’è fatto, potrebbe innervosirsi inutilmente. Buonasera, signora Rossi».
Questa è la prima settimana in cui non vede il colonnello in due mesi. Oggi è sabato, e Charlie non ha idea di come spendere il resto della giornata. Non ha lezioni, e di studiare non se ne parla nemmeno. Se passa anche solo altri dieci minuti da solo, sente che impazzirà.
Pensa a come deve stare il colonnello adesso.
Lo vede seduto sulla sua poltrona, a bere con la sua pistola in mano. Un brivido freddo gli corre lungo la schiena, ma sa che non può ritornare da lui finché non avrà elaborato una strategia efficiente da adottare. Ha già fatto un casino, l’ultima volta, ed è consapevole del fatto che gli rimane una sola possibilità per rimettere le cose a posto.
Non sarebbe dovuta andare così.
Avrebbe voluto parlargli con calma, spiegargli quello che significa per lui; dirgli quanto gli piace, tutto intero, cattivo carattere incluso; fargli capire che non fa altro che pensare a lui, l’unica persona che si sia schierata al suo fianco in uno dei momenti più difficili della sua esistenza. Gli avrebbe persino confessato di aver allontanato di proposito la signora Downes da lui, dicendole che il colonnello aveva altri piani, e grazie tante, perché il pensiero che qualcun altro potesse portarglielo via lo terrorizzava a morte.
Charlie non aveva mai provato sentimenti così intensi per nessuno, finché quel colonnello cieco e burbero non era entrato nella sua esistenza grigia e noiosa, portando un po’ di gioia nella sua vita, nonostante Frank stesso (adesso doveva chiamarlo Frank, no?) fosse immensamente triste e privo di prospettive per il futuro.
Il futuro!
Se non fosse stato per quella battuta del cavolo, adesso Charlie si troverebbe in una situazione ben diversa.
Frank non si era reso conto che non avrebbe potuto far niente, men che meno immaginare una vita senza di lui?
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Dopo un fine settimana orrendo, in cui Charlie non è riuscito a trovare soluzioni utili per risolvere la situazione, arriva finalmente il lunedì. Seguire le lezioni servirà a distrarlo un po’, o almeno spera.
Il signor Wallace sceglie proprio quel giorno per prenderlo di mira, facendogli due o tre domande a cui, in condizioni normali, Charlie risponderebbe senza alcun problema. Oggi, però, pare che il suo cervello sia incapace di funzionare correttamente, quindi si limita a biascicare un non lo so, signore dopo l’altro, mentre Wallace lo fissa stupito.
Alla fine dell’ora, Charlie si alza per andare a pranzo (deve mangiare qualcosa, anche se non gli va proprio), ma il professore lo richiama, intimandogli di trattenersi per qualche minuto con lui. Wallace era uno dei pochi che non lo avevano sottoposto a un interrogatorio, cosa per cui Charlie era grato, ma adesso, a quanto pare, si è convinto anche lui che deve esserci qualcosa di strano in Charlie.
«Signor Simms, cosa mi combina? Tutti i suoi docenti sono preoccupati per lei, e adesso, francamente, lo sono anche io».
«Sono solo un po’ influenzato, signore. Mi rimetterò presto, lo prometto».
«Non mi menta, Simms! Non ha la faccia di uno che si è beccato un raffreddore. Faccio l’insegnante da più di trent’anni, e queste cose le capisco. Sia onesto con me… È per una ragazza, non è vero?»
Charlie arrossisce vistosamente, non osando rispondere. Wallace scoppia a ridere, fiero di sé per averlo smascherato, e gli tira una pacca sulla spalla.
«Lo sapevo! Cosa è successo? Avete litigato? Può fidarsi di me: ho le labbra cucite!»
«Sì…»
«Vuole riconquistarla, Simms?»
Charlie annuisce, ed è sicuro che la sua faccia deve avere il colore di un pomodoro.
«Sai qual era la strategia che usavo, ai tempi, quando la mia Mary si arrabbiava con me? Le facevo una serenata, e tutto si sistemava! So che adesso le serenate non vanno più di moda, ma potrebbe provare con un disco e vedere come va. Sono sicuro che cadrà ai suoi piedi!»
A Charlie si accende una lampadina in testa. Avrà bisogno di un po’ di soldi per procurarsi il vinile, ma dovrebbe riuscirci entro sabato. Al colonnello piacerà. Ne è sicuro.
«Grazie, professore!»
Wallace gli sorride, evidentemente contento di avergli dato una mano.
«Quando ha bisogno di consigli su come trattare le donne, conti pure su di me».
Charlie lo ringrazia ancora e corre in mensa, pronto a elaborare il suo piano.
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È sabato mattina e il ragazzo non si è fatto ancora vedere.
Sono due settimane che è sparito, dopo che Frank ha minacciato di ucciderlo. Magari questa volta è riuscito finalmente a liberarsi di lui; a fargli capire che non ci sono vantaggi da ottenere da un rapporto di qualsiasi tipo con un invalido dalle tendenze suicide e dal carattere impossibile.
Frank sa di essere un uomo che non vale niente.
Se anche possedeva qualche qualità remotamente utile prima dell’incidente, adesso non gli è rimasto nient’altro che una rabbia cieca, simile a un baratro infinito che inghiotte tutto ciò che di buono si trova nella sua vita.
Beve un altro sorso dalla seconda bottiglia di whiskey della giornata. Ormai non gli fa più niente; sembra quasi di buttar giù acqua fresca.
Non sa che ore sono, precisamente, quando si sveglia da un sonno in cui non si era neanche accorto di essere scivolato perché sente il suo profumo invadere la stanza.
«Che ci fai qui? Mi pareva di essere stato abbastanza chiaro, l’ultima volta. Voglio che sparisci dalla mia vita».
«Non sei stanco di ripetere queste frasi inutili, come un disco rotto, ogni volta che vengo a trovarti?»
La voce di Charlie è calma e ferma, e Frank non trova la forza di rispondergli alcunché. Abbassa gli occhi, come se così potesse evitare il suo sguardo, anche se non lo vede a prescindere.
«Sono qui perché non mi hai lasciato finire il discorso, la sera del mio compleanno».
«Quale discorso? Mi pare che tu abbia optato per un approccio più… fisico».
Frank immagina che il ragazzo stia arrossendo, ma la sua frecciatina non è abbastanza per dissuaderlo dal continuare a blaterare parole inutili.
«Non mi scuserò per quello che ho fatto. Lo volevo, e so che lo volevi anche tu».
«Hoo-ah! Al ragazzo sono cresciute un paio di palle!»
«Dirò quello che ho da dire, che ti piaccia o meno. Non avevo nessuno, prima di conoscerti. Mio padre ci ha abbandonati quando avevo tre anni, e mia madre è sempre stata troppo impegnata a lavorare e a prendersi cura del suo fidanzato perché le rimanesse tempo da perdere con me. A scuola ero il bambino timido, il secchione che non piace a nessuno, eccetto che agli insegnanti, semplicemente perché non ero simpatico né affascinante. Mi hanno pestato per anni, lo sai? Questo non te l’ho mai raccontato. Hanno smesso solo quando sono diventato troppo grosso per loro. Fa niente. Ho stretto i denti e sono andato avanti. Non so come, ma ce l’ho fatta. Quando mi hanno accettato alla Baird, ho pensato che sarei stato finalmente felice, ma mi sbagliavo. Certe volte penso a come stavo due mesi fa, e mi sembra di impazzire. Ho passato tutta la mia esistenza da solo, finché non ho risposto a quell’annuncio che mi ha portato da te. Te la sei presa tanto l’ultima volta perché pensavi che dicessi sul serio, non è vero? Era soltanto una battuta, Frank, cazzo! Non vado da nessuna parte. Non senza di te».
Charlie finisce il discorso col fiatone, e dalla sua voce nasale Frank capisce che il ragazzo deve aver iniziato a piangere.
Non vado da nessuna parte. Non senza di te.
Frank non riesce a crederci, sebbene un barlume di speranza gli si sia riacceso nell’animo, contro la sua volontà.
«Dovresti trovarti una ragazza carina, invece di stare qui a sprecare il tuo tempo».
«Credevo che ci sentissi bene. Non vado da nessuna parte».
«Perché?»
«Perché non ce la faccio, senza di te! Ho passato due settimane d’inferno. Anche prima, nei giorni del mese in cui non ti vedevo, non facevo altro che pensare a te. I professori credono che mi sia morto un parente, o qualcosa del genere. Sono stanco di vivere così, Frank. Non lo sei anche tu?»
Frank è più stanco di quanto il ragazzo possa immaginare. Vorrebbe tapparsi le orecchie e non ascoltare più le sue parole, per non illudersi di avere una possibilità, e invece dice, a volume appena udibile:
«Che vuoi da me?»
«Un ballo».
Charlie mette un vinile sul giradischi, e gli porge la mano. Frank non può far altro che prendergliela e alzarsi, troppo confuso e incuriosito dalla piega che hanno preso gli eventi.
«Questo non è un tango, però».
«Possiamo trasformarlo in uno, se ci va».
Charlie è un pessimo ballerino, anche se si sta impegnando al massimo. Gli pesta i piedi per una decina di volte, in quei minuti infiniti e perfetti, mentre i Guns N’ Roses cantano:
And when your fears subside
And shadows still remain,
I know that you can love me when there's no one left to blame
So never mind the darkness, we still can find a way
'Cause nothin' lasts forever, even cold November rain
Don't ya think that you need somebody?
Don't ya think that you need someone?
Everybody needs somebody
You're not the only one
Charlie allora china la testa e lo bacia di nuovo. Questa volta non è mosso da impeto, frenesia né disperazione. In quel bacio c’è tutto l’affetto che il ragazzo vuole trasmettergli, e pare gli stia dicendo che può fidarsi di lui. Charlie si è aperto e gli ha mostrato la sua vulnerabilità, e questo è un dono che Frank non può rifiutare. Ecco perché ricambia, poggiandogli una mano sulla guancia destra, delicatamente, e l’altra sulla schiena.
Quando la canzone finisce e il disco si esaurisce, Charlie si stacca da lui, appoggiandogli la testa su una spalla e abbracciandolo. Stanno così per chissà quanto tempo, finché il ragazzo non gli sussurra nell’orecchio:
«Chiedimi di restare».
A Frank si mozza il fiato in gola.
Se lo fa, non ci sarà modo di tornare indietro. In quel caso, sa che non sarà più in grado di permettere a Charlie di uscire da quella stanza, abbandonandolo alla sua solitudine e costruendosi un futuro senza di lui.
«Chiedimi di restare, Frank. Adesso».
Prima che ci pensi più a lungo, forse perché ha sempre preferito la strada facile a quella impervia, risponde:
«Resta».
Il ragazzo emette un lungo sospiro, come se avesse trattenuto l’aria nei polmoni fino a quel momento. Lo prende per mano e lo trascina a letto, senza che Frank possa o voglia far niente per impedirglielo. Non possono fare molto, perché ha bevuto troppo, ma a Charlie sembra non importare. Si limita a togliere a entrambi le scarpe e le giacche, spingendo Frank sul materasso e stendendosi al suo fianco. Gli getta un braccio attorno alle spalle, poggiandogli la testa sul petto, per ascoltare il suo cuore che batte.
«Pare che tu sia vivo, dopotutto».
Frank ridacchia, sprofondando il naso tra i ricci di Charlie e annusandogli i capelli.
«Così pare», risponde in un sussurro, felice, quando il suo ragazzo si è già addormentato.
