Chapter Text
1. Bring me to life – Evanescence
Linnie
lasciò andare un respiro
lento e lungo prima di fare un passo nella sala: il locale, che
conosceva bene,
ora le sembrava così diverso dal solito; non aveva mai
prestato veramente
attenzione al palco dove si esibivano le band e come si vedesse dalla
platea,
ma sembrava enorme e veramente altissimo.
Di solito lei stava dietro le
quinte, quando il gruppo di suo zio, gli Old Habits, si esibiva al Red
Lantern
ma questa volta era da sola, e lo sarebbe stata anche sul palco.
“Nervosa?”
Devon, barista e suo
migliore amico, le allungò un bicchiere d’acqua
sul bancone.
“Un po’…” ammise lei, bevendo
un
sorso.
“Vedrai che andrà tutto bene…”
“La canzone va bene?” chiese la
ragazza, insicura come una bambina dell’asilo e non una donna
di quasi ventotto
anni.
Devon le diede un buffetto sulla
guancia. “È perfetta. Come te. Vai,
muoviti”. Le diede una leggera spinta e lei
sospirò ancora, prima di fare un passo: non era per niente
abituata ai tacchi
alti e ai vestiti da sera, ma Justine l’aveva obbligata a
mettersi quel
bellissimo vestito blu notte affermando che fosse magnifica. E Linnie
si era
fidata.
Ubbidì e salì i gradini che l’avrebbe portata dietro le quinte. Cavolo, non riusciva a vedere la platea, a causa delle luci. Sapeva che lui non era ancora arrivato, perché aveva setacciato con gli occhi tutta la stanza, appena era arrivata –e Devon l’avrebbe comunque informata, appena l’aveva vista- ma così non lo avrebbe notato entrare e non avrebbe neanche visto la sua espressione quando avrebbe scoperto che sul palco c’era lei. Camminò avanti e indietro, un po’ in ansia, in attesa del suo turno.
Quando,
finalmente, toccò a lei,
uscì sul palco sorridendo e disse poche parole per
presentarsi. Poi, fece
ancora un lungo respiro e lo lasciò andare lentamente, prima
di girarsi verso
il pianista e fargli un cenno con il capo.
Quando le prime note di Bring me
to life degli Evanescence riempirono il palco non pensò
più a niente e a
nessuno e lasciò il suo cuore cantare.
*
Rogue
entrò al Red Lantern
proprio mentre calavano le luci e rimasero solo quelle sul palco:
doveva essere
serata di voci dal vivo.
Si avvicinò al bancone del bar e
lanciò a Devon, il nipote di Bear, il batterista della sua
band, il borsello di
pelle di suo zio.
“La prossima volta voglio essere
pagato.”
“Shhh”. Devon prese il borsello
senza dire niente e non staccò gli occhi dal palco.
Rogue lanciò un’occhiata anche
lui e vide una giovane donna avvolta in un vestito blu che si
apprestava a
cantare. La osservò meglio, perché gli sembrava
familiare: morbida e
curvilinea, sembrava una sirena nel buio del mare; i suoi capelli,
ricci e
scuri, erano raccolti sul capo, ma le ricadevano anche sulle spalle
scoperte ed
una meraviglia per gli occhi.
Lei si voltò del tutto e lui la
vide in viso, riconoscendola. “È
Linnie?” Più sconvolto che sorpreso, si
girò
verso Devon che gli fece, di nuovo, cenno di stare zitto,
così tornò a posare
gli occhi sul palco poco prima che lei aprisse la bocca per cantare.
Ma Linnie
cantava? Rogue non lo
sapeva! “Dammi qualcosa da bere”
bisbigliò al ragazzo, mentre si sedeva sullo
sgabello al bancone, incantato dalla visione sul palco.
“Dopo” rispose Devon e lui non
disse niente.
Rogue riconobbe la canzone dalle
prime parole o forse, dalle prime note suonate dal pianista: Bring me
to life
non era una canzone facile, anche se poteva sembrarlo a un orecchio
meno
esperto: partiva lenta, bassa, quasi un sussurro leggero che spezza il
silenzio, ogni nota, ogni parola ti portava in un mondo nero, tetro,
sommesso,
ti tirava giù prima che arrivasse il ritornello e
poi… La voce di Linnie
esplose nella sala lasciando a bocca aperta tutti i presenti e lei non
era più
sul palco: con gli occhi chiusi e il microfono in mano, dava la giusta
potenza
a ogni parola, lasciando che scivolasse per la sala, si infilasse nelle
orecchie e nei cuori, e prendesse il petto così come stava
succedendo a Rogue.
Come la prima volta che si era
reso conto di come suonasse il basso: ha un suono grave, che sta sotto,
che
vibra, rimbomba, è potente e ti entra nelle ossa, nella
pelle. Quella volta si
era innamorato della musica. In quel momento, invece…
Rogue non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e Linnie cantò creando un momento intenso e tormentato dal significato delle parole. Non si stupì quando, alla fine dello spettacolo, il pubblico applaudì calorosamente: molti si alzarono in piedi e anche lui, per istinto, lo fece.
“Cavolo”.
Rogue si girò verso
Devon che applaudiva con rispetto. “È stata
magnifica” mormorò ancora il
barista.
Già,
lo è
stata.
Si risedette e Devon mise sul
bancone, davanti a lui, un bicchiere e versò qualcosa da una
bottiglia che
prese alle sue spalle; Rogue lo osservò, ma poi, quando ebbe
finito, il barista
spostò un po’ il bicchiere.
“Tieni” disse, guardando alla sua sinistra.
“Non
è venuto…” La voce di Linnie
fece girare Rogue che, automaticamente, scese dallo sgabello per
lasciarle il
posto, anche se lei non lo guardò.
“No, non c’è”. La voce di
Devon
era contrariata, mentre il viso della ragazza sembrava rassegnato e
affranto,
mentre lei osservava i tavolini sotto al palco.
Linnie prese il bicchierino e lo
guardò, prima di berlo tutto d’un fiato.
“Che…”
Devon posò altri due bicchierini
e li riempì tutti e tre. “È un
bastardo”.
Linnie
guardò i bicchierini e poi
si voltò verso Rogue, come se si fosse accorta di lui solo
per il numero dei
liquori. “Oh, ci sei anche tu, Ro…”
Rogue la interruppe prima che lei
potesse finire la frase e con l’indice puntato disse:
“Prova a chiamarmi Roger
e ti insulto”.
Linnie rise e lui fu contento del
suo cambio di umore. “Dovrei spaventarmi? È quello
che fai normalmente, R…”
Rogue avvicinò il dito e glielo
posò sulle labbra. “Non provocarmi!” Lei
rise ancora e scosse il capo prima di
scolarsi tutto il liquido nel bicchierino. “Dammene un
altro” disse al barista.
Devon sorrise e
annuì, ma prima
di riempirle di nuovo il bicchiere fu chiamato da un signore di mezza
età con
una lunga coda di capelli tinti, alla fine del bancone.
“Cosa fai qui?” gli chiese la
ragazza.
“E tu? Non sapevo cantassi”.
Indicò con il mento il palco, dove era appena salito un
ragazzo che doveva aver
da poco compiuto l’età per bere.
Linnie scosse le spalle e lo sguardo di Rogue cadde nella scollatura senza volerlo. La cosa lo mise a disagio e tracannò il bicchierino prima di dirle: “Comunque non sapevo neanche che sapessi vestirti decentemente.”
Linnie
abbassò lo sguardo e si
guardò il vestito. “Oh, non farci
l’abitudine. Visto la fortuna che mi ha
portato stasera, non penso lo metterò
ancora…”
“Giusto: il tipo che non è
venuto. Ti sei vestita così per…” Rogue
sentì le parole morirgli in gola,
mentre faceva scivolare gli occhi sul corpo della ragazza.
“… per lui?”
Lei
spostò lo sguardo, un po’ a
disagio, e fece un passo verso il bancone. “Devon,
dov’è il mio shottino?”
Rogue sperò che il ragazzo ne
desse ancora anche a lui, perché la serata stava prendendo
una piega
imprevista: la canzone e il vestito di Linnie –per non
parlare della sua voce!-
gli stavano facendo venire delle strane vibrazioni…
