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Rating:
Archive Warning:
Category:
Fandom:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Series:
Part 2 of Non eri il mio tipo
Stats:
Published:
2026-05-09
Updated:
2026-06-13
Words:
10,554
Chapters:
6/?
Hits:
12

Stay

Summary:

-spin-off di "Non eri il mio tipo"
Si legge come un'originale.
Praticamente tutti i personaggi sono miei, ma la metto sotto fanfiction perché compaiono (i miei) Lacey e TJ della storia precedente.

Linnie è chiassosa, coraggiosa e impossibile da contenere. È cresciuta tra la band dello zio e una madre single, imparando a fare rumore per non ascoltare le proprie insicurezze.
Rogue, bassista della band, è tutto quello che lei non sopporta: superficiale, provocatorio, donnaiolo, incapace di essere serio. Eppure, anche lui nasconde qualcosa.

Da soli sono dissonanza. Insieme... potrebbero essere molto di più.

Notes:

***Eccomi con questa nuova storia! L'ho messa comunque nelle fanfiction perché più avanti compaiono TJ e Lacey di Easton High (che comunque sono diversi dal canon, avendo scritto 'Non eri il mio tipo' prima della storia canon di questa coppia), ma alla fine il resto sono tutti OC e anche i luoghi sono tutti diversi, è praticamente una storia originale. Quindi potete leggerla tranquillamente come un'originale.

Tutti i personaggi, i luoghi e le situazioni della saga "Easton High" appartengono a Eliah Greenwood (praticamente solo Lacey e TJ, in questa storia), mentre tutto il resto è stato scritto da me senza scopo di lucro.

(See the end of the work for more notes.)

Chapter 1: 1. Bring me to life - Evanescence

Chapter Text

 



1.    Bring me to life – Evanescence

 

Linnie lasciò andare un respiro lento e lungo prima di fare un passo nella sala: il locale, che conosceva bene, ora le sembrava così diverso dal solito; non aveva mai prestato veramente attenzione al palco dove si esibivano le band e come si vedesse dalla platea, ma sembrava enorme e veramente altissimo.
Di solito lei stava dietro le quinte, quando il gruppo di suo zio, gli Old Habits, si esibiva al Red Lantern ma questa volta era da sola, e lo sarebbe stata anche sul palco.

 

“Nervosa?” Devon, barista e suo migliore amico, le allungò un bicchiere d’acqua sul bancone.
“Un po’…” ammise lei, bevendo un sorso.
“Vedrai che andrà tutto bene…”
“La canzone va bene?” chiese la ragazza, insicura come una bambina dell’asilo e non una donna di quasi ventotto anni.
Devon le diede un buffetto sulla guancia. “È perfetta. Come te. Vai, muoviti”. Le diede una leggera spinta e lei sospirò ancora, prima di fare un passo: non era per niente abituata ai tacchi alti e ai vestiti da sera, ma Justine l’aveva obbligata a mettersi quel bellissimo vestito blu notte affermando che fosse magnifica. E Linnie si era fidata.

 

Ubbidì e salì i gradini che l’avrebbe portata dietro le quinte. Cavolo, non riusciva a vedere la platea, a causa delle luci. Sapeva che lui non era ancora arrivato, perché aveva setacciato con gli occhi tutta la stanza, appena era arrivata –e Devon l’avrebbe comunque informata, appena l’aveva vista- ma così non lo avrebbe notato entrare e non avrebbe neanche visto la sua espressione quando avrebbe scoperto che sul palco c’era lei. Camminò avanti e indietro, un po’ in ansia, in attesa del suo turno.

 

Quando, finalmente, toccò a lei, uscì sul palco sorridendo e disse poche parole per presentarsi. Poi, fece ancora un lungo respiro e lo lasciò andare lentamente, prima di girarsi verso il pianista e fargli un cenno con il capo.
Quando le prime note di Bring me to life degli Evanescence riempirono il palco non pensò più a niente e a nessuno e lasciò il suo cuore cantare.

 

*

 

Rogue entrò al Red Lantern proprio mentre calavano le luci e rimasero solo quelle sul palco: doveva essere serata di voci dal vivo.
Si avvicinò al bancone del bar e lanciò a Devon, il nipote di Bear, il batterista della sua band, il borsello di pelle di suo zio.
“La prossima volta voglio essere pagato.”
“Shhh”. Devon prese il borsello senza dire niente e non staccò gli occhi dal palco.
Rogue lanciò un’occhiata anche lui e vide una giovane donna avvolta in un vestito blu che si apprestava a cantare. La osservò meglio, perché gli sembrava familiare: morbida e curvilinea, sembrava una sirena nel buio del mare; i suoi capelli, ricci e scuri, erano raccolti sul capo, ma le ricadevano anche sulle spalle scoperte ed una meraviglia per gli occhi.
Lei si voltò del tutto e lui la vide in viso, riconoscendola. “È Linnie?” Più sconvolto che sorpreso, si girò verso Devon che gli fece, di nuovo, cenno di stare zitto, così tornò a posare gli occhi sul palco poco prima che lei aprisse la bocca per cantare.

 

Ma Linnie cantava? Rogue non lo sapeva! “Dammi qualcosa da bere” bisbigliò al ragazzo, mentre si sedeva sullo sgabello al bancone, incantato dalla visione sul palco.
“Dopo” rispose Devon e lui non disse niente.
Rogue riconobbe la canzone dalle prime parole o forse, dalle prime note suonate dal pianista: Bring me to life non era una canzone facile, anche se poteva sembrarlo a un orecchio meno esperto: partiva lenta, bassa, quasi un sussurro leggero che spezza il silenzio, ogni nota, ogni parola ti portava in un mondo nero, tetro, sommesso, ti tirava giù prima che arrivasse il ritornello e poi… La voce di Linnie esplose nella sala lasciando a bocca aperta tutti i presenti e lei non era più sul palco: con gli occhi chiusi e il microfono in mano, dava la giusta potenza a ogni parola, lasciando che scivolasse per la sala, si infilasse nelle orecchie e nei cuori, e prendesse il petto così come stava succedendo a Rogue.
Come la prima volta che si era reso conto di come suonasse il basso: ha un suono grave, che sta sotto, che vibra, rimbomba, è potente e ti entra nelle ossa, nella pelle. Quella volta si era innamorato della musica. In quel momento, invece…

 

Rogue non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e Linnie cantò creando un momento intenso e tormentato dal significato delle parole. Non si stupì quando, alla fine dello spettacolo, il pubblico applaudì calorosamente: molti si alzarono in piedi e anche lui, per istinto, lo fece.

 

“Cavolo”. Rogue si girò verso Devon che applaudiva con rispetto. “È stata magnifica” mormorò ancora il barista.
Già, lo è stata.
Si risedette e Devon mise sul bancone, davanti a lui, un bicchiere e versò qualcosa da una bottiglia che prese alle sue spalle; Rogue lo osservò, ma poi, quando ebbe finito, il barista spostò un po’ il bicchiere. “Tieni” disse, guardando alla sua sinistra.

 

“Non è venuto…” La voce di Linnie fece girare Rogue che, automaticamente, scese dallo sgabello per lasciarle il posto, anche se lei non lo guardò.
“No, non c’è”. La voce di Devon era contrariata, mentre il viso della ragazza sembrava rassegnato e affranto, mentre lei osservava i tavolini sotto al palco.
Linnie prese il bicchierino e lo guardò, prima di berlo tutto d’un fiato. “Che…”
Devon posò altri due bicchierini e li riempì tutti e tre. “È un bastardo”.

 

Linnie guardò i bicchierini e poi si voltò verso Rogue, come se si fosse accorta di lui solo per il numero dei liquori. “Oh, ci sei anche tu, Ro…”
Rogue la interruppe prima che lei potesse finire la frase e con l’indice puntato disse: “Prova a chiamarmi Roger e ti insulto”.
Linnie rise e lui fu contento del suo cambio di umore. “Dovrei spaventarmi? È quello che fai normalmente, R…”
Rogue avvicinò il dito e glielo posò sulle labbra. “Non provocarmi!” Lei rise ancora e scosse il capo prima di scolarsi tutto il liquido nel bicchierino. “Dammene un altro” disse al barista.

 

Devon sorrise e annuì, ma prima di riempirle di nuovo il bicchiere fu chiamato da un signore di mezza età con una lunga coda di capelli tinti, alla fine del bancone.
“Cosa fai qui?” gli chiese la ragazza.
“E tu? Non sapevo cantassi”. Indicò con il mento il palco, dove era appena salito un ragazzo che doveva aver da poco compiuto l’età per bere.

Linnie scosse le spalle e lo sguardo di Rogue cadde nella scollatura senza volerlo. La cosa lo mise a disagio e tracannò il bicchierino prima di dirle: “Comunque non sapevo neanche che sapessi vestirti decentemente.”

 

Linnie abbassò lo sguardo e si guardò il vestito. “Oh, non farci l’abitudine. Visto la fortuna che mi ha portato stasera, non penso lo metterò ancora…”
“Giusto: il tipo che non è venuto. Ti sei vestita così per…” Rogue sentì le parole morirgli in gola, mentre faceva scivolare gli occhi sul corpo della ragazza. “… per lui?”

 

Lei spostò lo sguardo, un po’ a disagio, e fece un passo verso il bancone. “Devon, dov’è il mio shottino?”
Rogue sperò che il ragazzo ne desse ancora anche a lui, perché la serata stava prendendo una piega imprevista: la canzone e il vestito di Linnie –per non parlare della sua voce!- gli stavano facendo venire delle strane vibrazioni…